06

Ripabottoni

San Martino in Pensilis

Tappa 06
L: 42,5 km D: 624 mt+
Ripabottoni
Casacalenda
Larino
Ururi
San Martino in Pensilis
4.7 9.4 14.2 18.9 23.6 28.3 33 37.8 42.5

in bicicletta da Ripabottoni a San Martino in Pensilis

Oasi Lipu di Bosco Casale

APPROFONDIMENTI

Nel cuore del paesaggio molisano, a pochi chilometri dal borgo di Casacalenda, si estende la Riserva Naturale di Bosco Casale, prima area protetta istituita in Molise. Quest’oasi naturalistica - oggi gestita dalla Lipu (Lega Italiana Protezione Uccelli) - si estende per circa 105 ettari su un querceto collinare ricco di biodiversità e immerso nella quiete delle colline dei Monti Frentani, tra il massiccio del Matese e il mare Adriatico.

Il bosco, un tempo utilizzato per la produzione di carbone e soggetto a tagli cedui fino agli anni Novanta, è oggi un’area protetta dove la natura si è rigenerata: attraversato da sentieri che ricalcano le antiche piste dei boscaioli, Bosco Casale offre un’esperienza immersiva tra querce secolari, faggi, carpini bianchi, frassini e grandi agrifogli. Il sottobosco, vivo soprattutto in primavera, si colora con le rosse bacche del corniolo, i fiori bianchi del prugnolo, il biancospino, il ligustro e una sorprendente varietà di fiori spontanei come primule, narcisi dei poeti e ben tredici specie di orchidee.

Questa ricchezza floreale alimenta un ecosistema vivace, dove volano numerose farfalle - più di 80 specie diurne e circa 350 notturne - e dove trovano rifugio piccoli mammiferi, rettili e anfibi. L’ambiente umido, favorito dalla presenza di sorgenti, ruscelli e un piccolo stagno, ospita dieci diverse specie di anfibi, tra cui la rana appenninica, il tritone italiano e la rara salamandrina di Savi, tutte endemiche dell’Italia. Tra i rami si possono avvistare rapaci come il falco pecchiaiolo e ascoltare i canti festosi di cinciallegre, capinere e scriccioli; con un po’ di fortuna, si può incrociare persino il timido gatto selvatico. Dal 2001 l’area ospita anche un Centro di Recupero per la Fauna Selvatica, dove trovano cure animali feriti o in difficoltà.

Luogo perfetto per escursioni, birdwatching, passeggiate contemplative o semplicemente per un contatto autentico con la natura, la Riserva fa oggi parte della Rete Natura 2000 come Zona Speciale di Conservazione (ZSC), riconoscimento europeo che ne conferma il valore ambientale. Inserita anche nell’Elenco Nazionale delle Aree Naturali Protette, rappresenta un esempio virtuoso di tutela e valorizzazione del territorio.

Il Castello di Gerione

A rendere ancora più suggestiva la visita alla riserva naturale è la vicinanza al sito archeologico del Castello di Gerione. Secondo lo storico greco Polibio, nel 271 a.C. fu proprio qui che il generale cartaginese Annibale si stabilì con le sue truppe durante le Guerre Puniche, lasciando un’impronta storica che si intreccia con la bellezza naturale del luogo. I ritrovamenti archeologici della zona testimoniano l’antica presenza dei Sanniti, con insediamenti che si estendevano tra la piana di Provvidenti e la collina di Casacalenda.

➔ km 12,0

Casacalenda bookmark

Il borgo di Casacalenda ha un aspetto propriamente medievale, ma in realtà è un luogo caratterizzato da una perfetta commistione dell’elemento antico con quello moderno: la sua storia dalle antichissime radici non sembra cozzare con gli sviluppi artistici contemporanei. Il borgo infatti ospita il MAACK, un museo a cielo aperto la cui strutturazione sovverte completamente l’idea per cui le opere vadano chiuse all’interno di un edificio: sia nella zona centrale sia negli anfratti più periferici, il paese ospita magnifiche opere d’arte contemporanea riuscendo a coniugare bellezza naturale, urbanistica, archeologia e sperimentazione artistica contemporanea.

Kalene: un digressione etimologica

L'etimologia del toponimo è piuttosto incerta, come spesso accade quando le radici storiche del luogo sono così antiche da sfociare quasi nella mitologia. Polibio ci racconta che nel 217 Kalene ospitava l’esercito romano che si preparava ad attaccare Annibale il quale - invece - era arroccato a Gerione: battaglia che non terminò vittoriosamente per il condottiero cartaginese ma che passò alla storia per essere stata estremamente sanguinosa per l’esercito romano, dal momento che le premesse di quello scontro presagivano un epilogo non molto diverso dalla battaglia di Canne. Qualora l’etimologia fosse questa, si legherebbe al primo giorno del mese per i romani, le Calende. A questo proposito si è anche ipotizzato che il villaggio potesse essere sede del mercato periodico del primo del mese, avendo una posizione centrale rispetto alle altre colonie agricole della zona.

Altre ipotesi etimologiche pongono le radici di Casacalenda in un passato ancora più remoto, quello osco, poiché due iscrizioni rinvenute riproporrebbero, invece, un’altra etimologia: la prima è un’epigrafe funeraria dove troviamo scritto “incolae Sicaleni”, la cui traduzione sarebbe “abitanti di Sicaleno”. Un’altra iscrizione invece - in lingua osca ma trascritta in greco - cita un “akra sikalene”, la cui traduzione sarebbe “monte o roccaforte di Sicaleno”.

Indipendentemente dalla correttezza delle varie ipotesi etimologiche, la comunità di Casacalenda percepisce il proprio nome legato al concetto delle Kalendae: questa associazione è sottolineata dalla presenza della lettera "K" sul gonfalone del paese, a evidenziarne la corrispondenza. Con la romanizzazione successiva alla conquista del I secolo a.C. la forma originaria si sarebbe progressivamente trasformata in "Calendae".

Una storia antica

La prima testimonianza storica, dunque, è quella riportata da Polibio e successivamente confermata da Livio, in cui Casacalenda era sede e riparo dell’esercito romano che s’apprestava a combattere contro il famoso Annibale nel 217 a.C. durante la seconda guerra punica. L’esercito romano era guidato da Marco Minucio Rufo e da Quinto Fabio Massimo Verrucoso: la battaglia riuscì vittoriosa ai romani soltanto per il provvidenziale intervento di Quinto Fabio Massimo, che ebbe il merito di salvare i romani dal completo annientamento.

Dopo la caduta di Roma Casacalenda appare nuovamente nel Catalogus Baronum del 1175 dove si riporta che il primo signore del borgo fu Giuliano da Castropignano. Da quel momento si susseguirono una serie di famiglie fino all’eversione della feudalità: i Caracciolo, i Montagano, i di Capua, gli Ametrano e in ultimo i di Sangro.

Nel 1656 la popolazione fu gravemente colpita dal colera e dalla peste e nel 1799 fu teatro di scontri fra rivoluzionari e sanfedisti durante l’istaurazione della seppur breve repubblica Napoletana; nel secondo Ottocento il centro si espanse concentrando l’accrescimento del territorio attorno a due nuclei principali: Terravecchia - di forma ellittica e più antico - e Terranova, più moderno ed espanso, che sorgeva sulla piana del Carmine dove si trova la chiesa omonima. Anno notabile per il borgo fu il 1883, in cui si ricorda l’inaugurazione del tronco ferroviario Casacalenda-Larino.

Chiesa di Santa Maria Maggiore

Nel cuore di Casacalenda si erge la Chiesa Parrocchiale di Santa Maria Maggiore, uno scrigno di storia e arte che affonda le sue radici in epoca altomedievale. Si ritiene che il luogo ospitasse - tra l’VIII e il IX secolo - una cripta paleocristiana, come testimoniato dalla presenza di una croce in pietra scolpita ancora visibile sulla lunetta del portale centrale. Questa antica costruzione venne successivamente trasformata, probabilmente tra il IX e il X secolo, in una piccola chiesa affidata ai monaci benedettini, custodi spirituali e artefici della rinascita di questi territori dopo le devastazioni barbariche.

Nel corso del XIV secolo l’edificio fu oggetto di ampliamenti e decorazioni: nella prima metà del Quattrocento si presentava con una sola navata, posizionata sotto l’attuale presbiterio. Il grande terremoto del 1456 segnò una nuova fase nella storia della chiesa: completamente distrutta, venne ricostruita e sopraelevata - in parallelo con l’ampliamento del vicino Palazzo Ducale - e i lavori si conclusero nel 1587. Un ulteriore sisma, quello del 1688, la colpì nuovamente portando alla definitiva trasformazione del suo impianto in una struttura a tre navate. Nell’Ottocento, grazie all’intervento di monsignor Tria, fu aggiunta una quarta navata oggi adibita a sacrestia. Tra i pochi elementi superstiti della primitiva costruzione, la lunetta del portale maggiore continua a raccontare la lunga e tormentata storia dell’edificio.

Oltre al fascino architettonico, la chiesa custodisce al suo interno autentici tesori d’arte che spaziano dal Rinascimento al Barocco fino all’arte contemporanea. Tra le opere più suggestive spicca un antico crocifisso in pietra locale, scolpito tra il XIII e il XIV secolo, inserito nella lunetta del portale sinistro. Poco distante, la scena della Visitazione, raffigurata in due delicate statuette di pietra che immortalano l’incontro tra la Madonna e Sant’Elisabetta, emana una profonda intensità spirituale. Le pareti della chiesa sono impreziosite da dipinti di grande valore come la Madonna col Bambino e Santi - realizzata nel 1752 da Paolo Gamba - che raffigura la Vergine tra San Carlo Borromeo e Sant’Ambrogio con una composizione solenne e armoniosa. Non meno suggestiva è la Natività - opera del XVI-XVII secolo attribuita a Fabrizio Santafede - che restituisce la sacralità dell’evento con luce e calore. In un dialogo ideale tra passato e presente spicca anche un’opera moderna: il Battesimo di Cristo del pittore Leo Paglione, realizzato nel 1992, che colpisce per l’intensità scenica e la carica spirituale.

Tra le sculture merita particolare attenzione il Cristo deposto di Giuseppe Sammartino, eseguito nella prima metà del Settecento. Quest’opera giovanile del celebre autore del Cristo Velato di Napoli mostra già i segni del talento che lo avrebbe reso immortale, mescolando classicismo e pathos berniniano.

Chiesa dell’addolorata e Fontana del Duca

A piazza Nardacchione, nel centro del borgo, sorge la chiesa dell’Addolorata: da un’iscrizione sul portale sappiamo che fu inaugurata nel 1761. La sua planimetria è molto semplice, a navata unica, ma ha una facciata composita in pietra calcarea formata da un loggiato e un finestrone; sul portale si trova una nicchia che racchiude una statua della Madonna. Il nome della chiesa deriva da una statua posta al centro del presbiterio, in una nicchia: rappresenta la Madonna - che indossa una veste ricamata e un ampio mantello nero - con lo sguardo rivolto verso l’alto e le mani aperte in segno d’accoglimento. L'interno si contraddistingue per beni di spicco come l’altare principale in marmo policromo e il coro in noce lavorato da artigiani locali. Il campanile è a vela e fu innalzato nel 1913 su progetto del geometra casacalendese Nicola Ardente, ma in parte venne abbattuto nel 1965 per la caduta di un fulmine.

Adiacente alla chiesa si trova la Fontana del Duca, anch’essa in pietra calcarea, fatta costruire su ordinanza di Scipione di Sangro nel 1615. Alla sommità reca inciso lo stemma del comune – la lettera K – e poco sotto una piccola lapide commemorativa. L'acqua fuoriesce da tre figure: una è antropomorfa, le altre due leonine.

Casacalenda: palazzi, storia e memoria

A dominare il centro storico di Casacalenda è il maestoso Palazzo Ducale, antica residenza dei duchi di Sangro. Costruito sui resti di un fortilizio medievale - un castrum dotato di torre centrale, scuderie e cunicoli sotterranei - il palazzo ha assunto l’attuale aspetto rinascimentale a partire dalla metà del Cinquecento. In quel periodo fu ampliato e arricchito con una loggia elegante a colonne doriche e un suggestivo ingresso ad arco, oggi inglobato nella struttura e sormontato dallo stemma comunale, la lettera K. Dopo l’abolizione del feudalesimo nel 1806 il palazzo divenne una raffinata residenza ottocentesca e - nel Novecento - fu acquistato dal Comune che lo ha trasformato in un laboratorio cinematografico-teatrale.

A pochi passi dal palazzo di Sangro si trova il Palazzo Domenico De Gennaro, dimora del martire del 1799 che pagò con la vita la sua opposizione al feudatario Scipione di Sangro: le sue gesta sono narrate dal frate Giuseppe da Macchia nel "Breve racconto del tragico fatto avvenuto in Casacalenda a dì 19-20-21 febbraio 1799". In Piazza Umberto si erge invece il severo Palazzo Di Blasio, sede dal 1929 del convitto-ginnasio voluto da Donatina Caradonio. Oltre a promuovere l’istruzione per i giovani meno abbienti, durante il periodo fascista l’edificio fu adibito a campo di internamento per donne antifasciste di varie nazionalità. All’interno dello stesso palazzo ha sede la prestigiosa Biblioteca Caradonio-Di Blasio con oltre 50.000 volumi, incunaboli, opere rare e atti parlamentari unici in tutto il Molise. Non lontano, in Corso Roma, si incontra il raffinato Palazzo Liberty, unico esempio di architettura in stile liberty a Casacalenda: costruito agli inizi del Novecento è stato parzialmente compromesso dal movimento franoso degli anni ’90, ma la sua facciata decorata continua a catturare lo sguardo dei visitatori.

Un altro simbolo della storia cittadina è l’attuale Palazzo Municipale, nato sul sito di una chiesa mai completata e inaugurato nel 1892 come scuola. Dopo varie trasformazioni, negli anni Settanta divenne sede del Comune e oggi ospita la Galleria Civica d’Arte Contemporanea "Franco Libertucci", che espone un centinaio di dipinti, sculture e installazioni donate da artisti coinvolti nel progetto del Museo all’Aperto Kalenarte.

Infine il Palazzo Masciotta - eretto nel 1861 - colpisce per il portale decorato con colonne ioniche e per i sontuosi interni: tra le sale spiccano la “camera rossa”, la “camera stellata” e la “stanza mosaico” arredate con mobili, porcellane e tappeti francesi. I sotterranei erano utilizzati per conservare vino e grano, testimoniando la vita aristocratica ma allo stesso tempo agricola dell’epoca.

MAACK: Museo all’Aperto d’Arte Contemporanea Kalenarte

APPROFONDIMENTI

MAACK, acronimo di Museo all’Aperto d’Arte Contemporanea Kalenarte, è nato nel 1992 da un’intuizione dell’architetto Massimo Palumbo che, grazie alla collaborazione con l’associazione Kalenarte, ha trasformato il borgo di Casacalenda in un vero e proprio laboratorio artistico all’aria aperta. Il progetto, attivo già dal 1990 con le prime residenze d’artista, nasce con l’intento di rileggere e valorizzare luoghi spesso trascurati o dimenticati del paese, integrando arte e territorio in un dialogo continuo tra antico e contemporaneo: le opere, disseminate tra vicoli, piazze, boschi e slarghi, non si impongono sul paesaggio: lo abitano, lo interpretano, lo amplificano.

Chi arriva a Casacalenda viene accolto poco fuori dal centro abitato da una figura imponente, quasi mitica: Il Poeta di Costas Varotsos, un’opera alta circa nove metri realizzata con ferro e scaglie di pietra che si erge tra gli alberi del bosco in località Coste del Lago. Affascinato dalla forza vibrante della natura locale, Varotsos ha coinvolto l’intera comunità nella realizzazione dell’opera, dando vita a un simbolo mistico e collettivo.

Nel centro del paese, a due passi dal municipio, lo sguardo si posa sulla Scacchiera, una grande installazione in pietra locale e ferro che, pur assecondando la topografia inclinata della piazzetta, impone la sua eleganza minimalista. Il dialogo tra arte e ambiente si ritrova anche nei vicoli di Terravecchia, dove il Selciato di Michele Peri, composto da formelle in bronzo, racconta il passaggio del tempo attraverso tracce di vita quotidiana. In uno stretto passaggio buio che si apre all’improvviso su una valle inondata di luce si cela Senza nome di Adrian Tranquilli, un rosone inaspettato che gioca con il contrasto tra ombra e splendore; non lontano, Efesto di Hidethosci Nagasawa si manifesta con una geometria rigorosa e un’estetica orientale.

Su un promontorio rivolto al mare si erge Arcobaleno di Carlo Lorenzetti, in direzione Campobasso il convento di Sant’Onofrio accoglie Il guardiano del bosco di Andrea Colaianni, e chi volesse spingersi oltre - fino al borgo di Provvidenti, appendice storica di Casacalenda - troverà recenti interventi di vari artisti che arricchiscono ulteriormente questa esperienza diffusa.

Ogni angolo del paese diventa scena, ogni scorcio una possibile scoperta. Passeggiando tra le strade di Casacalenda si incontrano opere che riflettono sul rapporto tra uomo e memoria, come il Non-monumento Ai Caduti di Franco Libertucci: è proprio questo artista a ispirare la nascita della Galleria Civica d’Arte Contemporanea che porta il suo nome, una collezione di oltre cento opere tra dipinti, sculture e installazioni che completa l’esperienza artistica del visitatore. Ma Casacalenda l’arte non è confinata dentro le mura di una galleria: è parte del paesaggio, della vita quotidiana, della memoria e dell’identità del luogo.

Tradizioni e gastronomia

La festa più amata dalla comunità è dedicata alla Madonna della Difesa, celebrata la quarta domenica di settembre presso l’omonimo santuario a nord del paese. Il sabato sera si raggiunge il santuario con una suggestiva fiaccolata a piedi, mentre di domenica la messa all’aperto celebrata dal vescovo richiama pellegrini da tutto il Basso Molise, spesso giunti a piedi durante la notte. Dopo la funzione l’area si anima con stand gastronomici, mercatini e momenti conviviali, rendendo questo appuntamento imperdibile per residenti e visitatori: non mancherà l'occasione per assaggiare i ciufele, cavatelli fatti a mano conditi con sugo, la pezzenta - una zuppa rustica di legumi - e il baccalà alla casacalendese.

Il passaggio al nuovo anno è accompagnato da una delle usanze più originali del borgo: la tradizione del Bufù e Maitunate. Strumento folcloristico simbolo della comunità, il bufù è realizzato con botti di legno chiuse da pelli tese - da cui spunta una canna di bambù - e produce un suono profondo e rimbombante, simile a un colpo di grancassa, quando la canna viene sfregata con mani umide o con uno straccio bagnato. Durante la notte di San Silvestro e la mattina di Capodanno gruppi spontanei di musicisti attraversano le vie del paese, suonando casa per casa in un rituale antico e gioioso, accompagnato dalle tradizionali maitunate, canti augurali popolari.

Il cuore spirituale del paese batte forte a giugno con la festa patronale dedicata a Sant’Onofrio e Sant’Antonio: le celebrazioni iniziano la sera del 12 giugno e culminano il 13 con una solenne processione per le vie cittadine e la tradizionale benedizione del pane, che viene poi distribuito alla popolazione. Un'altra delle tradizioni più sentite e scenografiche è quella di San Giuseppe: il 19 marzo sulle tavolate del borgo - che accolgono persone di ogni ceto sociale in uno spirito di condivisione e ospitalità - si consumano tredici portate a base di legumi e verdure: ceci, cicerchie, piselli, fagioli, arance condite con olio e sottaceti, riso, baccalà gratinato, “scrippelle” e la famosa pasta con la mollica, da mangiare rigorosamente con le mani. Al centro siedono due anziani che impersonano la Madonna e San Giuseppe - circondati da bambini-angeli - in un’atmosfera che unisce fede, folclore e gastronomia.

nightlife MoliseCinema

Dove: cinema e arene di Casacalenda (CB)

Quando: la prima decade di agosto

Casacalenda è ancora una volta protagonista della cultura contemporanea grazie a MoliseCinema, il festival internazionale dedicato alle nuove voci del cinema: ogni anno, nel mese di agosto, il borgo si trasforma in un piccolo polo cinematografico ospitando registi, attori e produttori da tutto il mondo.

Il festival propone proiezioni di cortometraggi, documentari e lungometraggi, con particolare attenzione ai giovani autori. Incontri, interviste e dibattiti animano il paese per un’intera settimana, facendo di MoliseCinema uno degli appuntamenti culturali più importanti della regione.

➔ km 26,7

Larino bookmark

Larino, situata tra le prime colline della costa molisana e affacciata su una fertile pianura che si estende verso l'Adriatico, è un importante centro del Molise dalla storia millenaria. La città ha testimonianze di un glorioso passato che si rivela nelle tracce di epoca romana - come l'anfiteatro e i mosaici - e nelle architetture medievali, tra cui la cattedrale e il palazzo ducale.

Oltre alla sua ricca storia e cultura, Larino è anche nota per le tradizioni secolari - tra cui spicca la processione di San Pardo con carri addobbati di fiori di carta - e la sua produzione agricola di alta qualità, in particolare per l'olio extravergine d'oliva, il “Gentile di Larino”, che rappresenta un terzo della produzione regionale.

Cenni storici

Le origini di Larino sono anteriori alla fondazione di Roma: secondo alcune fonti la città fu fondata dagli Etruschi, che le diedero il nome di “Frenter”. Altre fonti attribuiscono la fondazione agli Osci, popolo italico: con lo stesso nome, Frenter, la città fu concepita come una metropoli per dominare le aree circostanti.

In seguito alla sottomissione da parte dei Romani Frenter fu distrutta e ricostruita con il nome di “Ladinod”, come inciso su monete e lapidi dell'epoca: nome derivante dalla radice "lad" che significa dimora o signoria. Con il tempo il nome si trasformò in Larinum, termine latino che indicava il luogo dove i Frentani custodivano i Lari, e successivamente si raggiunse l'attuale forma di Larino.

Larino raggiunse il suo massimo sviluppo nel III e II secolo a.C: importante città, fu arricchita di monumenti come il foro, le terme e l'anfiteatro. La presenza di una zecca testimonia anche la sua importanza amministrativa, commerciale ed economica. Durante la seconda guerra punica fu teatro di battaglie tra Annibale e Fabio Massimo e - dopo la guerra sociale - divenne municipium. Cicerone - nella sua opera "Cluenziana" - menziona i suoi abitanti come "municipes": grazie alla sua prosperità, posizione strategica e ruolo nelle comunicazioni, Larino si guadagnò l'appellativo di "Urbs Princeps Frentanorum". Alcuni documenti storici stimano che la popolazione raggiungesse i centomila abitanti.

Intorno all'anno 842 gli abitanti si trasferirono verso valle a causa di un attacco saraceno e questo trasferimento portò alla nascita del nuovo nucleo urbano. Nel periodo medievale Larino subì devastazioni barbariche da parte di vari popoli tra cui Goti, Saraceni, Longobardi, Franchi e Ungari; l'abitato si divise in due parti: il centro storico di origine medievale e la zona romana dove oggi sorge la città nuova. Nel 1303 un violento terremoto devastò il borgo, spingendo la popolazione a completare l'abbandono del vecchio centro. Nel 1564, il vescovo Belisario Balduino aprì a Larino il primo seminario diocesano del mondo cattolico.

In epoca più recente, Giuseppe Bonaparte incluse Larino tra i distretti della provincia di Foggia e nel 1811 il comune divenne uno dei capoluoghi di distretto della provincia di Campobasso: solo nell'anno 2000 Larino fu elevata al rango di città. Il terremoto del Molise del 2002 danneggiò alcuni dei monumenti più importanti della città, tra cui il Palazzo Ducale - che è stato parzialmente restaurato per ospitare nuovamente il Comune - e le chiese di San Francesco, Santo Stefano e Santa Maria, attualmente in fase di ricostruzione.

L’Anfiteatro romano e Villa Zappone

Una visita alla scoperta di Larino non può che iniziare dall'imponente Anfiteatro romano, situato nel cuore dell'antica Larinum, che rappresenta una testimonianza significativa della grandezza della città in epoca romana. Costruito tra l'80 e il 150 d.C. - durante il dominio dei Flavi - fu realizzato grazie alla generosità del senatore larinense Quinto Capito. La struttura, di forma ellittica, poteva ospitare fino a 18.000 spettatori: il settore riservato ai nobili era situato a circa due metri di altezza dall'arena mentre le gradinate superiori erano destinate ai cavalieri.

L'anfiteatro è in parte scavato nel tufo e in parte costituito da strutture murarie sopraelevate. Presenta quattro porte disposte alle estremità dei due assi, tra cui la "Porta dei Gladiatori" a nord - utilizzata per l'ingresso del corteo e l'uscita dei vincitori - e la porta sud utilizzata per traslare i resti degli animali uccisi e le spoglie dei gladiatori morti. L'arena è delimitata da un canale di scolo e al suo centro si trova una fossa quadrata, probabilmente utilizzata per il sollevamento delle gabbie degli animali. Nel corso del tempo l'anfiteatro fu anche utilizzato come luogo difensivo e alcuni settori furono adibiti ad abitazioni, botteghe artigiane e luoghi di sepoltura. Oltre all'edificio romano, gli scavi hanno riportato alla luce una necropoli antichissima (VIII-VI secolo a.C.) e preziosi reperti di epoca arcaica ed ellenistica.

A pochi metri dall'Anfiteatro romano di Larino si trova l'elegante Villa Zappone, una costruzione in stile liberty eretta intorno al 1900 su un terreno di quasi tre ettari appartenuto all'avvocato Filomeno Zappone. Nel 1994 - successivamente al ritrovamento di resti romani nel sottosuolo del parco - lo Stato italiano esercitò il diritto di prelazione sulla villa: gli scavi portarono alla luce mosaici appartenenti a un complesso termale romano e un condotto fognario, testimonianza dell'esistenza di un sistema di servizi assai avanzato per l'epoca, destinato probabilmente alle terme e all'intero settore urbano dell'antica Larinum.

Per oltre un secolo l'area di Villa Zappone è rimasta sconosciuta agli stessi abitanti di Larino, dapprima a causa della proprietà privata e successivamente per difficoltà legate alla sua gestione. Tuttavia, il 16 giugno 2010 è stata siglata un'intesa tra il Comune di Larino, la Direzione Regionale dei Beni Culturali e l'Università degli Studi del Molise che ha permesso di restituire Villa Zappone alla città: oggi il parco archeologico è aperto alle visite e offre l'opportunità di ammirare le notevoli vestigia di questo recondito passato romano.

La Cattedrale e il Palazzo Ducale

Nel centro storico della città si incontra la maestosa Cattedrale di Larino, più precisamente la basilica concattedrale di Santa Maria Assunta e San Pardo: consacrata nel 1319, è considerata uno degli esempi più significativi dell'architettura religiosa dei secoli XIII e XIV dell'Italia centrale. Della cattedrale affascina la facciata, caratterizzata da un portale gotico e da un rosone a tredici raggi. L'interno è diviso in tre navate e si possono ammirare affreschi trecenteschi, un coro in noce e un trono vescovile di marmo.

Nel corso dei secoli la cattedrale ha subito diverse modifiche e restauri: nel '400 fu costruito un altare per le reliquie di San Pardo mentre - nel Cinquecento - venne realizzato il campanile. Il Seicento fu secolo di cambiamenti, con nuove decorazioni e modifiche alla struttura architettonica. Nel XVIII secolo furono realizzate sovrapposizioni in stile barocco, poi eliminate nei restauri degli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso. Durante questi restauri sono oltretutto tornati alla luce alcuni affreschi del XIV secolo. La Cattedrale di Larino è stata dichiarata monumento nazionale nel 1890 e insignita del titolo di Basilica Minore nel 1928.

A pochi metri dalla Cattedrale, nell'attuale Piazza Duomo, si trova il Palazzo Ducale, che testimonia secoli di storia e trasformazioni. Le sue origini risalgono al periodo tra il 1100 e il 1200, quando fu edificato come castello feudale dai conti normanni. La struttura originaria presentava una pianta quadrilatera, con torri poste ai quattro angoli e fortini. La sua posizione era strategica, data la vicinanza a una delle porte principali di Larino. Nel corso del tempo il castello passò nelle mani di diverse famiglie nobili che ne modificarono l'aspetto e la funzione. In particolare - nel Seicento - i Signori Di Sangro lo trasformarono in palazzo gentilizio con l'aggiunta di logge, porticati e decorazioni pittoriche.

Nel 1846 il Municipio di Larino acquistò il palazzo e lo adibì a sede comunale. Ulteriori interventi furono realizzati nel corso del XIX secolo, con la demolizione di alcune parti e la costruzione di una nuova facciata su Piazza Vittorio Emanuele II. Oggi il Palazzo Ducale si presenta come un edificio a più piani, con un atrio porticato e un loggiato: al suo interno sono ospitati la Biblioteca Comunale e il Museo Civico, che conserva importanti testimonianze archeologiche tra cui mosaici di epoca imperiale.

Le tradizioni

Il Carnevale di Larino è un evento molto sentito, riconosciuto come uno dei carnevali storici d'Italia. Durante questa festività i carri allegorici sfilano per le vie della città e si prendono gioco in chiave satirica di personaggi e temi di attualità. La cura nella realizzazione di questi carri è tale che la manifestazione è paragonata ai celebri carnevali di Viareggio e Putignano.

La Fiera d'Ottobre è una manifestazione che risale al XVIII secolo e che ancora oggi rappresenta un appuntamento importante per la città. Nata come fiera campionaria legata al mondo agricolo e alla transumanza, si è evoluta nel tempo e oggi offre una varietà di prodotti che spaziano dall'abbigliamento all'artigianato.

nightlife La festa di San Pardo

Prezzo: gratuito

Dove: strade e piazze di Larino

Quando: 25-27 maggio

Secondo la tradizione San Pardo era un vescovo di Corinto che - in fuga dalle persecuzioni contro i cristiani - giunse a Larino, dove visse per tre anni diffondendo il cristianesimo. Morì il 17 ottobre del 261 e fu sepolto nel tempio di Cerere: una leggenda narra che, durante il trasporto delle sue spoglie, il santo fece sgorgare una fonte per dissetare i buoi.

La festa di San Pardo, patrono di Larino e della diocesi intera, si svolge nei giorni 25, 26 e 27 maggio ed è una delle celebrazioni più sentite in città. Questa festa affonda le sue radici nell'anno 842: secondo la leggenda gli abitanti di Larino, sopravvissuti alla distruzione della loro città da parte dei saraceni, trovarono il sepolcro con le spoglie di San Pardo. Considerato questo ritrovamento come un evento miracoloso, elessero il santo come loro protettore.

La celebrazione è caratterizzata da una processione in cui le viuzze cittadine si animano con il passaggio di carri - oltre un centinaio - riccamente addobbati con fiori di carta crespa realizzati a mano e trainati da buoi, vacche, vitelli o pecore. Questi carri rappresentano un simbolo familiare - tramandato di generazione in generazione - e la loro preparazione è un'attività che richiede tempo e dedizione. Ogni carro è identificato da un numero progressivo che indica la sua data di fondazione: i numeri più bassi sono assegnati ai carri più antichi.

Il 25 maggio - al tramonto - i carri partono dal centro storico e si dirigono verso la chiesa di San Primiano, la cui immagine apre la processione e viene portata in cattedrale: durante la notte la processione assume un fascino unico grazie all'illuminazione dei carri con lampade multicolori e fiaccole che accompagnano il corteo. Il 26 maggio è il giorno principale della festa e si commemora l'arrivo delle spoglie di San Pardo in città: la processione si snoda per le strette vie del borgo medievale e in coda al corteo sfilano i santi portati a spalla, con San Pardo che chiude la sfilata. Il 27 maggio la processione si conclude con il ritorno di San Primiano alla sua chiesa, accompagnato da San Pardo. Nel pomeriggio, dopo la messa, si svolge una scampagnata nei pressi del cimitero seguita dal canto popolare in cattedrale che - sempre più intenso - segna la fine dei festeggiamenti.

➔ km 35,4+0,9 

Ururi bookmark

Ururi - paese del basso Molise distante circa 60 chilometri dal capoluogo Campobasso - sorge su una collina percorsa dalle acque del torrente Cigno e affacciata sulle acque del mar Adriatico. Ultimo comune molisano al confine con la Puglia, Ururi condivide con la vicina regione varie realtà tra cui la produzione di grano, cereali, uva e frutta. Eccellente nella coltivazione dell'ulivo, questo piccolo centro si è guadagnato il marchio di “Città dell’olio”.

Il toponimo Ururi si ipotizza che derivi da un antico casale denominato “Aurora”, secondo quanto riportato da una bolla papale emessa da Lucio III nell'anno 1181. L’evoluzione dal nome primitivo sino a quello attuale è dovuta soprattutto all’influenza della lingua albanese: da Aurora a Urure, per poi divenire Rur, Ruri e infine Ururi. Al pari di Campomarino, Portocannone e Montecilfone, Ururi - infatti - è uno dei quattro comuni molisani di origine albanese e di cultura arbëreshë, già dal XVI secolo. A testimonianza di questo strettissimo legame, il patrimonio linguistico di Ururi è tutt’oggi simile all’idioma balcanico.

Dalle fonti si apprende che l’area di Ururi era un feudo del vescovo di Larino e che - a partire dalla fine del XII secolo - vi si trovasse un importante monastero benedettino dedicato a Santa Maria e il casale "Aurora", talvolta chiamato "Orerio" o "Aurelii". Non si hanno ulteriori notizie fino al 1456, anno del terribile terremoto che devastò molti paesi vicini, tra i quali Campomarino: fu grazie al popolo albanese che il paese tornò a vivere. Poco tempo dopo il sisma cominciarono le invasioni e i massacri da parte dei Turchi nei territori balcanici: gli Albanesi, dapprima stanziati nell’attuale provincia di Foggia, ripopolarono e ricostruirono il borgo grazie anche a un accordo tra il principe Skanderbeg e il vescovo di Larino.

Nel 1539 il borgo venne dato alle fiamme per ordine dello stesso vescovo feudatario, avverso agli albanesi da lui considerati un pericolo. Questi vennero scacciati e vi fecero ritorno solo nel 1561, quando riuscirono a riottenere il controllo di queste terre. Benché in seguito Ururi fosse passato nuovamente sotto il controllo di Larino, l’influsso albanese restò saldamente radicato nell’animo del borgo e rimane tutt’oggi vivo e vitale.

Chiesa di Santa Maria delle Grazie

L’edificio più importante e degno di nota di Ururi è la chiesa di Santa Maria delle Grazie, originariamente costruita nel 1026. A seguito di numerosi e devastanti terremoti, cominciati a metà del XV secolo, la chiesa fu pesantemente danneggiata e - successivamente - abbandonata a se stessa. Fu solo nel 1710 che venne ricostruita completamente e infine consacrata nel 1730.

Dalla monumentale facciata barocca, decorata con colonne ioniche, ci si addentra verso l’interno a tre navate. Benché non sia particolarmente decorata, l’austera sobrietà dello stucco bianco e degli affreschi nelle cappelle laterali conferisce a questa chiesa una grande eleganza. Particolarmente interessante è la cupola, molto simile a quelle delle chiese ortodosse: non è un caso - difatti - che a Ururi fino ai primi anni del Settecento si celebrasse frequentemente il rito bizantino orientale.

Tradizioni e gastronomia

La più importante manifestazione è la corsa Carrese, tipica anche di altri paesi del basso Molise: a Ururi questa gara di carri trainati da buoi si celebra il 3 maggio in onore del Santo Legno della Croce. Lungo un tragitto di 4 chilometri i tre carri partecipanti - quello dei Giovanotti giallorossi, quello dei Fedayn gialloverdi e quello dei Giovani biancocelesti - gareggiano fino al centro del borgo. Il carro che giunge per primo in paese è obbligato a seguire il percorso di 19 metri più lungo rispetto ad un altro tragitto che - invece - possono scegliere di seguire gli altri carri. Vince il carro che per primo imbocca con metà timone via Commerciale, vicolo che conduce alla chiesa di Santa Maria delle Grazie. Il giorno successivo il carro vincitore ha l’onore di trasportare la reliquia del Santo Legno della Croce di Gesù per le vie del paese.

La tradizione arbëreshë si fa sentire – e gustare – anche in alcune delle ricette tipiche di Ururi: per esempio il Tumacë, una sorta di tagliatella fatta in casa e condita con il tipico ragù di agnello. Il viaggiatore particolarmente goloso non mancherà di assaggiare le Karanjullat - dolce natalizio fritto nell’olio e condito con un velo di miele - e i dolci di pasta lievitata chiamati Poprati.

La corsa Carrese

APPROFONDIMENTI

La cosiddetta Carrese è la tradizionale corsa di velocità tra carri trainati da coppie di buoi che si svolge ogni 30 aprile a San Martino in Pensilis, in concomitanza con le celebrazioni della festa patronale di San Leo.

Questa manifestazione rievoca il ritrovamento del corpo di un monaco benedettino da parte di quattro ricchi nobili (il conte di San Martino, il barone di Chieuti, il duca di Larino e il marchese di Ramitelli) durante una battuta di caccia. Stupiti dai prodigi miracolosi provenienti da quei resti, i quattro signori si contesero le reliquie e decisero infine di mettere il corpo su un carro trainato da buoi: le spoglie sarebbero rimaste nel territorio scelto dagli animali per fermarsi e riposare. Le bestie interruppero il loro tragitto proprio a San Martino in Pensilis, nel luogo in cui oggi sorge la chiesa di San Pietro Apostolo. Questo tempio tuttora custodisce le reliquie di quello che, tempo dopo, sarebbe stato identificato come Leone il Confessore e - quindi - canonizzato.

Presto cominciarono i pellegrinaggi, su carretti trainati da buoi, e da lì a poco nacque l’usanza di organizzare una sfida a chi arrivasse prima alla chiesa in cui erano conservati i resti di san Leo, partendo dal luogo del ritrovamento. Da questi antefatti trae origine la gara attuale, che oggi si svolge lungo un tragitto di circa 9 km e che prevede il cambio della coppia di buoi a metà corsa. La gara termina una volta superato l'arco cittadino che conduce alla chiesa di San Pietro Apostolo e il carro vincitore è quello che per primo attraversa l'arco. La classifica finale viene fissata in base all’ordine di arrivo dei restanti carri.

La Carrese non è esclusiva di San Martino in Pensilis, ma anche dei comuni limitrofi. A Chieuti si tiene il 22 aprile alla vigilia della festa di san Giorgio, il patrono del paese; il 3 maggio si svolge a Ururi in occasione della festa del Santissimo Legno della Croce; infine, a Portocannone la Carrese si corre ogni lunedì di Pentecoste per celebrare la Beata Vergine di Costantinopoli.

➔ km 42,5

San Martino in Pensilis bookmark

Tra le colline del Basso Molise, sulla sponda destra del fiume Biferno, sorge il borgo medievale di San Martino in Pensilis. Il suffisso in Pensilis - ovvero "sospeso" - indica proprio la sua posizione elevata rispetto al resto del territorio: il centro storico, infatti, è a un'altitudine di 281 metri sul livello del mare. Il toponimo, secondo il vescovo e storico settecentesco Giovanni Andrea Tria, deriverebbe anche da una chiesa situata sul colle dedicata a san Martino di Tours e - per via della sua posizione o per la presenza dell’antica chiesa di Santa Maria in Pensili - venne aggiunta al nome del paese anche questa specificazione.

Questa zona è conosciuta anche come la bufalara per la ricorrenza della cosiddetta “Carrese”, che si svolge ogni anno il 30 di aprile: una corsa di buoi che vede partecipanti gli abitanti della città e che celebra il ritorno della primavera.

San Martino: un po' di storia

Secondo le fonti, le prime notizie ufficiali attestano la nascita di San Martino in Pensilis alla seconda metà del XII secolo, epoca del dominio normanno. Da quel momento il borgo fu testimone di tutti gli avvenimenti che si succedettero nel corso dei secoli: il dominio svevo, quello angioino, a seguire Aragonesi e Spagnoli, per giungere al borbonico Regno di Napoli e - infine - all’Unità d'Italia.

San Martino fu da sempre un borgo prevalentemente abitato da contadini e gente modesta, principalmente sfruttato per le sue terre fertili e i suoi prodotti: malgrado questo, l'avvicendarsi di nobili signori e le dominazioni di origini sempre diverse hanno fatto sì che - tra le sue case e tra i suoi vicoli più reconditi - la memoria storica si sia conservata intatta e che oggi si disveli agli occhi di chi non vuole smettere di conoscere.

Ci sono alcuni avvenimenti che meritano di essere ricordati nella lunga storia di questo paese: il primo ha un’aura leggendaria e si svolge nella seconda metà del 1100, periodo in cui si colloca la nascita del borgo. Si narra che il conte Roberto II di Bassavilla, durante una battuta di caccia in compagnia di altri nobili, rinvenne i resti di san Leone il Confessore. Si ipotizza che la celebre Carrese abbia avuto origine proprio da questo avvenimento, dato che rievoca il ritrovamento e la traslazione del corpo del santo.

Con la proclamazione della Repubblica Napoletana - più precisamente tra il 1798 e l’anno successivo - San Martino e altri comuni della provincia vennero invasi e depredati dai paesi limitrofi, che furono istigati dai borbonici e capeggiati dal sammartinese Giovanni Migliaccio. Ne nacque uno scontro violento con i liberali repubblicani che si risolse nel giro di poco tempo, ma la minaccia di nuovi scontri e predazioni rimase sempre in agguato per tutto il periodo successivo alla restaurazione del regno borbonico.

Numerose comitive di ladroni e malviventi, come in ogni altra provincia, portarono in quei giorni il terrore e lo sgomento nei nostri paesi, commettendo omicidi, furti, ricatti ed altri gravissimi eccessi

Luigi Sassi, "San Martino in Pensilis e i suoi dintorni"

A passeggio per le vie del borgo

Lo scorrere del tempo e il susseguirsi dei secoli non sono testimoniati esclusivamente dalle pagine dei libri e da lunghe serie di date e di nomi, ma soprattutto dagli stili, dai gusti e dai modelli artistici che ogni periodo storico porta con sé: San Martino in Pensilis è un borgo che merita di essere visitato e scoperto.

Il Palazzo baronale Tozzi - chiamato comunemente il castello del Conte - è uno dei monumenti più significativi della storia di San Martino. Presente già in epoca normanna - quindi coevo alla fondazione del borgo primitivo - all'epoca doveva apparire con le fattezze tipiche delle inattaccabili rocche fornite di ponte levatoio, merlatura e alte torri. Durante il regno di Federico II venne completamente smantellato fino ad assumere, tra il XV o XVI secolo, la sua forma attuale. A colpo d'occhio traspare ancora il ricordo di una fortezza inespugnabile e austera – con tanto di guardia laterale per monitorare movimenti sospetti e sventare ogni possibile attacco - che troneggia su un’area di 1600 metri quadrati. Gli interni stupiscono per la raffinatezza di arredi e decori squisitamente ottocenteschi: visitabile saltuariamente, è oggi location per matrimoni ed eventi.

In largo Trinità - nel pieno centro storico - si incontra la secentesca chiesa di San Pietro Apostolo, in stile barocco. Sebbene la sorte non sia stata particolarmente benigna nei suoi confronti, causandole danni irreparabili in più di un’occasione, i sammartinesi le sono molto affezionati poiché qui è ancora custodito il corpo di san Leo, patrono del paese: per questa ragione l'edificio rappresenta ancora oggi la tappa finale della tradizionale corsa Carrese. L’imponente facciata in tufo è uno splendido esempio di tardo barocco napoletano con colonne, cornicioni e capitelli di ispirazione dorica. Ai lati dell’unica navata interna spiccano i sei altari marmorei - abbelliti da stucchi e quadri - e la cupola è splendidamente decorata da Vincenzo Palombo e divisa in quattro vele, dove figurano alcuni episodi della vita di San Pietro. Sopra il coro vi è uno fra gli organi monumentali più belli di tutto il Molise, costruito nel 1771.

La chiesa di San Giuseppe è la più antica del paese: realizzata nel XIII secolo sui resti del santuario dedicato a San Martino, è stata riedificata nel 1410. Prende nome dalla Confraternita di San Giuseppe che la governava nel 1734. Nel corso dei secoli anche questa chiesa visse il susseguirsi dei diversi stili artistici: dal barocco della facciata alle decorazioni del Sette e dell’Ottocento negli interni a tre navate. La volta è ricca di pitture ottocentesche che raccontano episodi del Vangelo e storie della cristianità. Dietro l'altare maggiore si possono ammirare affreschi che raffigurano Gesù, i Papi e lo sposalizio di San Giuseppe. Il gioiello artistico maggiore è una tela del secolo XVIII che raffigura la Madonna con il Bambin Gesù: ai suoi piedi San Martino vescovo di Tours.

—2,0➔ km 40,5

Convento francescano di Gesù e Maria

SP40 (San Martino in Pensilis, CB)

Apertura: orari variabili, contattare la struttura

Un paio di chilometri a sud di San Martino in Pensilis sorge un edificio di pregevole valore storico e artistico: l’antico convento francescano di Gesù e Maria, eretto nel 1490 sotto il pontificato di Innocenzo VIII.

Il luogo fu severissima casa di ritiro dove si seguivano norme di vita assai ristrette: i frati dovevano meditare almeno due ore al giorno, vigeva quasi perpetuamente la regola del silenzio e il riposo notturno si limitava a una coperta e un pagliericcio che fungevano da letto e cuscino. Il rigido voto di povertà consentiva ai francescani di chiedere l'elemosina esclusivamente per beni di prima necessità, senza mai accettare denaro. Tra le penitenze più estreme vi era quella di tenere a lungo un bastoncino in bocca oppure giacere a terra davanti al portone di ingresso e far da tappeto agli altri confratelli.

I tempi sono fortunatamente cambiati e oggi il convento si presenta come una struttura aperta al pubblico, dall'ampio chiostro e decorata da affreschi e pitture ispirate alla vita di San Francesco. A navata unica, la chiesa tuttora custodisce pregevoli affreschi tra cui quello che ritrae la Carrese in onore di San Leo e quello nel refettorio, che racconta l'Ultima Cena. Con decreto del 2011 questo convento è sottoposto a tutela quale monumento nazionale ed è stato dichiarato di notevole interesse dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

La Pampanella di San Martino

A TAVOLA

La celebre pampanella, tutelata dalla Denominazione Comunale di Origine e dichiarata nel 1999 Prodotto Tradizionale del Molise, è un cibo della tradizione molisana legato indissolubilmente al borgo di San Martino in Pensilis. Le sue antiche origini ci riportano alle lontane sere in cui i pastori transumanti, sfiancati da una giornata di duro lavoro, cuocevano sotto la cenere del bivacco porzioni di semplice carne di maiale avvolte in una foglia di vite: un pampino, per l'appunto, da cui la pietanza prende il nome. Foglia di vite che - oltre a non disperdere gli aromi con cui la carne veniva condita - consentiva di conservare il cibo per consumarlo comodamente in un secondo momento, anche camminando.

Oggi la foglia di vite è stata sostituita dalla moderna carta forno, ma la pampanella resta lo street food preferito per le merende dei sammartinesi. Pochi gli ingredienti - carne di maiale abbastanza grassa, sale, aglio, aceto e abbondante peperoncino tritato - che dopo essere stati cotti per ore si presentano come una crema rosso vivo pronta da spalmare su una croccante fetta di pane. Si può mangiare calda o fredda: il sapore è deciso - non eccessivamente piccante - e i più golosi possono concedersi un'ultima spruzzata di aceto bianco prima di addentarla.

Altri piatti della tradizione sono la pasta con la mollica di pane fritta e l'uva passita e i "torcinelli", interiora di agnello attorcigliate e cotte alla griglia.

Territorio e tradizioni

Grazie alla presenza di numerosi corsi d’acqua che delimitano i suoi confini naturali, tra cui i torrenti Saccione e Cigno e il fiume Biferno, il territorio di San Martino in Pensilis si presta bene alla coltivazione di grano, barbabietole e girasoli; sono presenti anche vigneti ma soprattutto ulivi. A poca distanza dal borgo si estendeva il Bosco dei Ramitelli, lungo tutto il corso del Saccione fino al mare, ma ad oggi non restano che alcune sporadiche macchie.

Come nei paesi limitrofi, anche a San Martino in Pensilis ogni anno si svolge la suggestiva corsa Carrese. Il 30 aprile arcaiche preghiere collettive precedono e seguono questa competizione di carri e di buoi: per l'occasione il paese viene chiuso al traffico e transennato, di modo da evitare incidenti e collisioni - in passato fatali - tra i pesanti carri e il pubblico in festa. Gruppi di sammarinesi particolarmente mattinieri scelgono di seguire la corsa lontano dall'affollato borgo, disponendosi sulle colline lungo il percorso oppure spingendosi fino alla rada dove avviene il cambio dei buoi, uno dei momenti clou della manifestazione. Protagonisti della giornata sono i cavalieri, i buoi, i carri e i tre partiti contrassegnati dai rispettivi colori: il biancoceleste per i Giovani, il giallorosso per i Giovanotti e il gialloverde per i Giovanissimi. La corsa si svolge su un tragitto di circa 9 chilometri - lungo il tratturo - con a capo il carro vincitore dell'anno precedente. La gara termina davanti alla chiesa di San Pietro Apostolo e il carro vincitore ha l'onore di trasportare in processione il busto di San Leo il successivo 2 maggio, giorno della festa a lui dedicata.

Il 3 febbraio, giorno di San Biagio, si celebra il santo con una emozionante processione di cavalieri - scandita dal suono dei tamburi - fino al luogo dove sorgeva una chiesa a lui votata, a circa 7 chilometri dal centro abitato. Il 19 marzo si celebra invece San Giuseppe con la preparazione delle screppelle e delle tredici minestre di san Giuseppe, che vengono consumate dopo un momento di preghiera e condivise tra parenti e amici.

MAACK, il museo a cielo aperto di Casacalenda (CB)
MAACK, il museo a cielo aperto di Casacalenda (CB)
Larino: il Palazzo Ducale
Larino: il Palazzo Ducale
Rosone a tredici raggi (Cattedrale di Larino, CB)
Rosone a tredici raggi (Cattedrale di Larino, CB)
Le fasi finali della corsa Carrese
Le fasi finali della corsa Carrese
San Martino in Pensilis addobbata a festa
San Martino in Pensilis addobbata a festa
Pane e pampanella, squisito street food
Pane e pampanella, squisito street food

Mangiare e dormire

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➔ 28,8
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I Dolci Grappoli 
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Albergo diffuso con camere e appartamenti nel centro del paese. Stanze spaziose e di nuova ristrutturazione, titolari accoglienti e colazione abbondante.

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Pizzeria del Borgo Antico 
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Ampio locale nel centro del paese che propone pizze cotte nel forno a legna e piatti con ingredienti locali.

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➔ 42,5

Pampanella La Vecchia 
location_on Via Umberto Pace, 11 — San Martino in Pensilis (CB)

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Macelleria specializzata nella Pampanella, eccellenza gastronomica di San Martino in Pensilis. Oltre 40 anni di esperienza, gestione familiare.

Mangiare e Dormire

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