05

Limosano

Ripabottoni

Tappa 05
L: 44,4 km D: 976 mt+
Limosano
Montagano
Matrice
Campolieto
Ripabottoni
4.9 9.9 14.8 19.7 24.7 29.6 34.5 39.5 44.4

in bicicletta da Limosano a Ripabottoni

➔ km 13,8+0,5 

Abbazia di Santa Maria di Faifoli bookmark

Strada Interpoderale Madonna di Faifoli (Montagano, CB)

Prezzo: gratuito

Apertura: orari variabili, contattare la struttura

Poco fuori dal borgo di Montagano, sulla strada che scende verso la valle del Biferno, vale la pena una piccola deviazione per ammirare la chiesa di Santa Maria di Faifoli, centro estremamente importante non soltanto per l’autorità religiosa ma anche per il portato storico del vicinissimo scavo di Fagifulae.

La storia del toponimo accredita la tesi per cui quel luogo, in modo continuativo, sia stato uno scenario di insediamenti urbani di vario tipo, che hanno mutato aspetto e utilizzo nel corso del tempo: l'etimologia più accreditata fa derivare il termine dalla combinazione dei vocaboli latini fagus (faggio) e fulus o fulum (bosco, macchia), con il significato complessivo di “bosco di faggi”. Tale interpretazione risulta coerente con la natura del paesaggio molisano, ricco di faggete. Nel corso del tempo, il toponimo avrebbe subito un’evoluzione fonetica trasformandosi progressivamente in Faifulae e infine nell’attuale Faifoli. Questa continuità linguistica suggerisce una memoria storica persistente dell’insediamento, radicata almeno nell’alto medioevo e forse già in epoca tardoantica.

La data di edificazione della chiesa, sorta sul sito di scavo, è molto incerta. Collocabile intorno all’XI secolo presenta come testimonianza storica più antica un’iscrizione posta sul portale di ingresso che indica la data della costruzione dello stesso, il 1263. Le prime fonti storiche sul complesso abbaziale benedettino risalgono circa al 1230, quando ospitò Pietro del Morrone, nato Pietro Angelario e futuro papa Celestino V. Le vicende dell’edificio monastico - però - sono anche contrassegnate da eventi che ne hanno sancito il progressivo abbandono: nel 1276 Pietro Angelario tornò in loco in qualità di abate - chiamato dall’arcivescovo di Benevento Capoferro - per cercare di risolvere i soprusi di Simone Santangelo, feudatario di Montagano. Successivamente, anche Carlo I d’Angiò cercò di intervenire - nel 1278 - mandando una lettera al giustiziere di Terra di Lavoro e chiedendo di fermarne i soprusi ma, considerata l’inefficacia di tale provvedimento, i monaci furono trasferiti al monastero di San Giovanni di Piano, presso Apicerna.

L’abbazia rimase in uno stato di completo abbandono fino al 1705, anno in cui il cardinale Vincenzo Maria Orsini - futuro papa Benedetto XIII - ne ordinò la riconsacrazione e la ristrutturazione. A testimoniare questo episodio c’è un quadro dipinto da Giuseppe Catalano, posto oggi all’interno della chiesa, che fu donato al futuro papa come ringraziamento per l’attività di ristrutturazione intrapresa. Nel 1811 il territorio fu comprato da Quintiliano Petrone, il quale ebbe il merito di riparare i disastrosi danni riportati a seguito del terremoto che nel 1805 devastò una larga parte dei territori molisani. Subentrò successivamente la famiglia Janigro che la rese accessibile al pubblico finché nel 1998 fu acquistata dal comune di Montagano. Nel 2000 sono iniziati gli ultimi lavori di restauro per conto della Soprintendenza ai Beni Archeologici e Ambientali del Molise.

Attualmente la chiesa presenta una facciata molto semplice, a capanna, dove spicca il portale caratterizzato da archi ogivali. L'interno è a tre navate e presenta sei pilastri di forma quadrata, sui quali sono inserite delle lapidi commemorative. Una di queste è dedicata al cardinale Orsini e all’opera di ristrutturazione della chiesa che intraprese. Anche l’unico altare presente - sul quale poggia un dipinto della Madonna con il Bambino - fu donato dal cardinale. Un altro elemento che risale all’epoca medievale e alla prima edificazione benedettina è la balaustra che divide il presbiterio dal tabernacolo.

Ciò che rende estremamente particolare la visita del luogo è la statua della “Madonna della Transumanza”. Totalmente in legno, presenta atipicamente la Vergine adagiata su un tronco di quercia tra larghe e fitte foglie. È scolpita con le braccia rivolte verso l’alto in atto di preghiera - con il capo velato e coronato - ed è affiancata da due piccoli angeli. Questa rappresentazione rientra nella tipologia iconografica della Madonna della Transumanza, solitamente posta all’interno di chiese o cappelle situate lungo i percorsi tratturali e tipiche delle sculture lignee molisane databili nella seconda metà del XVIII secolo, influenzate dalla scultura napoletana tardo-barocca. La comunità commemora la Madonna della Transumanza ogni ultima domenica di aprile quando - a seguito di un’asta - ai vincitori va l’onore di portare la statua in processione. Quasi sempre l'asta è vinta da donne: che sia una curiosa coincidenza o meno, al viaggiatore questa sembra una buona notizia.

Un'iscrizione posta sulla predella testimonia una successiva ristrutturazione avvenuta nel Novecento e - infine - adiacente alla chiesa vi è un giardino dove sono presenti una serie di arredi che un tempo appartenevano alla chiesa e che ne dimostrato la passata ricchezza.

Fagifulae: la vitale campagna dell'antica Roma

APPROFONDIMENTI

Oggi conosciuto come Faifoli, il territorio di Fagifulae - racchiuso tra quelli di Saepinum e Bovianum a sud, Terventum a ovest, Larinum a nord e quello dei Ligures Corneliani a est - in età romana doveva comprendere la media valle del Biferno. Il suo confine, ancora oggetto di dibattito, non è stato unanimemente concordato dagli studiosi. In epoca preromana il territorio era parte integrante del Sannio Pentro, una delle regioni controllate dalla popolazione italica dei Sanniti, noti per la loro resistenza alla romanizzazione e per le guerre sostenute contro Roma tra il IV e il III secolo a.C.

La presenza sannitica a Fagifulae non si concretizza nella forma di una vera e propria città fortificata ma, piuttosto, attraverso una frequentazione sparsa, testimoniata da reperti ceramici a vernice nera, tipici del periodo ellenistico e diffusi tra il IV e il II secolo a.C. Tali frammenti indicano attività umane e insediamenti, probabilmente legati a piccoli nuclei agricoli, già in epoca pre-romana. L’abbondanza di boschi e corsi d’acqua avrebbe favorito la vita e la pastorizia, elementi centrali nella cultura sannitica.

Con la conquista romana del Sannio il territorio viene gradualmente inserito nella rete amministrativa e infrastrutturale dell’Italia romana. In particolare, la zona di Fagifulae potrebbe essere stata lambita da importanti assi viari come la Via Minuci - che collegava Benevento all’Adriatico - facilitando gli scambi e la romanizzazione culturale.

Durante il periodo imperiale si sviluppa in quest’area una forma di insediamento tipica dell’economia rurale romana, la villa rustica: le campagne nei dintorni mostrano infatti tracce di insediamenti sparsi, legati all’agricoltura e all’allevamento. A supporto di questa ipotesi si registrano ritrovamenti di frammenti di tegole e mattoni, ceramica comune da mensa e resti murari che indicano la presenza di strutture abitative o produttive. Anche in epoca romana, dunque, Fagifulae conserva una funzione periferica ma vitale, legata allo sfruttamento agricolo del territorio.

Il quadro che emerge è quello di una continuità d’uso del territorio che attraversa le epoche: dalla fase sannitica a quella romana, fino al periodo medievale con la fondazione dell’abbazia benedettina. I reperti archeologici rinvenuti, sebbene non abbondanti, restituiscono l’immagine di un luogo strategico, abitato e vissuto nei secoli, testimone silenzioso delle trasformazioni culturali e politiche dell’Italia centro-meridionale.

➔ km 16,6

Montagano bookmark

Montagano è un borgo di circa mille abitanti non distante da Campobasso: sorge a 801 metri sopra il livello del mare e la sua altitudine regala - dal centro - un bellissimo scorcio panoramico sulla valle del Biferno.

La storia del toponimo è incerta: le teorie al momento più accreditate affermano che derivi dal greco antico, traducendo montis e aganos come "monte bello", oppure da un altrettanto incerto “montem ogeanum”. Ci piace pensare che possa esistere una terza strada, probabilmente la più semplice: dal latino montis (del monte) con l'aggiunta del suffisso –ano che indica una condizione di provenienza, e quindi “originario del monte” oppure “proveniente dal monte”.

Un piccolo borgo, una storia importante

La storia del borgo ha radici molto antiche: si parla di origini sannitiche, come attesterebbe Livio nella sua opera Ab Urbe Condita e successivamente Plinio nella sua Storia Naturale, dove Montagano viene nominata in qualità di municipio romano. I primi ritrovamenti - tra cui due diverse tipologie di pavimentazioni, frammenti di ceramica e monete - consentono di identificare strati successivi di insediamenti che vanno dai Sanniti ai Romani, con una cronologia che si estende dal III secolo a.C. al IV secolo d.C. Fra il XII e il XIII secolo i monaci benedettini, profondi conoscitori di storia e cultura romana, fondarono proprio in questi luoghi l’abbazia di Santa Maria di Faifoli: recenti indagini condotte dalla Soprintendenza Archeologica del Molise forniscono una conferma autorevole alla possibile origine pre-romana dell'insediamento.

Benché l’ipotesi dell’origine sannitica e del successivo inserimento nell’intricato e fitto sistema municipale romano sia affascinante - e con il tempo stia acquisendo validità - per ora l’unico documento certo che attesta l’origine del paese è la cosiddetta “Pergamena Montaganese”, risalente all’XI secolo. All’epoca il paese era il capoluogo di una delle trentaquattro contee del principato di Benevento, fondato dai longobardi: con questo documento, stilato nell’agosto del 1039, venne sancita l’indipendenza del comune di Montagano.

Per tutta la durata della dominazione normanna il feudo fu proprietà di Ugo da Castropignano, nel periodo svevo divenne parte della contea del Molise e il feudatario fu Simone di Santangelo. Durante i due secoli successivi, cioè dal 1500 al 1700, si susseguirono diverse famiglie feudatarie: Di Capua, Pignatelli, Capece e infine i Vespoli che, dopo aver ottenuto il titolo di marchesato, mantennero la carica fino all’eversione del feudalesimo.

A cavallo fra il 1600 e il 1700 Montagano ebbe una storia di fioritura e accrescimento economico e divenne un fiore all’occhiello di tutto il meridione, che vessava invece in una situazione diametralmente opposta. Ne troviamo una bellissima testimonianza nei «Giornali di viaggio» editi dal 1786 al ‘92 dall’economista Giuseppe Maria Galanti: si tratta di vere e proprie ricognizioni geografiche ed economiche del Regno compiute per volontà di Ferdinando di Borbone. La nota su Montagano non sfuggì a Benedetto Croce, che inserì l’episodio nel suo celebre discorso del 1923 «Il dovere della borghesia nelle province napoletane»: il parroco di Montagano, Don Damiano Petrone, ai suoi penitenti non imponeva consuete devozioni ma li convinceva a piantare un albero, di specie e misura proporzionali ai peccati da espiare. Croce assurgeva a quest’illuminato esempio per incentivare le borghesie napoletane e meridionali affinché avessero lo stesso moto di spirito nei riguardi della società a loro contemporanea.

Un altro accadimento importante per la storia di Montagano fu il suo diretto coinvolgimento nella nascita della Repubblica Napoletana sorta nel 1799 e di stampo fortemente giacobino. Benché i Borboni dopo pochi mesi riacquisirono il potere, questo evento segnò uno spartiacque nella storia del meridione, che divenne estremamente sensibile alle idee rivoluzionarie che si stavano diffondendo in Italia sotto l’egida della carismatica figura di Napoleone Bonaparte.

Una passeggiata per le vie del borgo

A dominare l’ingresso nel paese ci sono due statue leonine posizionate sulla parte alta di una rampa. Il borgo è caratterizzato dalla presenza di case in pietra calcarea bianca: camminando per le strade ci si immerge immediatamente in un’atmosfera medievale e negli angoli più suggestivi gli ambienti paiono allestiti a bella posta, proprio come il set per un film di cappa e spada. Diverse sono le palazzine nobiliari contraddistinte da elementi neoclassici che contornano il centro storico: fra queste va menzionato il palazzo Tagliaferri che presenta - adiacente all’edificio - la cappella di Santa Filomena. Purtroppo le parti più antiche del Palazzo Marchesale - o Palazzo Janigro - versano in condizioni di profondo degrado. Situato al numero 16 di via Maggiore, fu venduto alla famiglia Janigro nel 1700 e la sua antica conformazione è ancora intuibile dalle alte mura settentrionali e da una torre, che successivamente è diventata un piano nobile con dei giardini pensili.

Passeggiando per le viuzze del borgo attira sicuramente l'attenzione del viaggiatore la chiesa di Santa Maria Assunta in Cielo. Posizionata nella parte alta del paese è una chiesa molto antica, probabilmente sorta intorno alla metà del 1200, la cui storia è stata purtroppo segnata da tre terremoti che ne hanno stravolto le vicende e la struttura: quello del 1456, quello del 1805 e infine quello del 2002. Presenta una pianta a croce latina ed è divisa in tre navate – quella centrale ampia esattamente il doppio delle due laterali – e per le sue notevoli dimensioni è fra le chiese più ampie della diocesi. Benché l’architettura sia molto semplice, al suo interno è impreziosita da opere di manifattura in ferro, pietra e legno. In una teca è conservato anche un frammento del Santissimo Legno della Croce, sul quale si dice che patì e morì Gesù. Il frammento fuoriesce dall’alveo che lo protegge soltanto nelle ore a cavallo fra il 2 e il 3 maggio, quando si festeggia proprio il ritrovamento della preziosa reliquia. Per tradizione, l'oggetto sacro viene trasportato in processione attraverso tutto il paese e - una volta giunto al calvario - il sacerdote chiede di proteggere le messi dalla grandine e dalle tempeste.

Le vicende sismiche che si sono abbattute sul Molise hanno danneggiato anche la chiesa dell’Immacolata, comunemente chiamata Congrega, ancora inaccessibile dal terremoto del 2002. Edificata nel XVII secolo, venne abbattuta e ricostruita nel XIX secolo a spese dei confratelli e della popolazione. Al suo interno l’altare maggiore era dedicato alla Vergine Maria, mentre i due altari laterali all’Arcangelo Michele e a Sant’Anna.

Adiacente al borgo si trova il bosco “La Difesa” che ricorda vicende di un passato turbolento: la marcata linea del tratturo che lo percorre testimonia il secolare passaggio di carovane, un tempo saccheggiate da bande di briganti che nel fitto della selva trovavano riparo. Oggi il bosco fa parte della sopraintendenza comunale di Montagano ed è risorsa libera e gratuita per tutti i cittadini, che dopo una passeggiata a piedi o in bicicletta possono riposarsi nelle aree picnic distribuite lungo i sentieri. Sul versante orientale, lungo la strada che conduce fuori dal borgo, sono presenti due neviere, manufatti in muratura realizzati per la conservazione della neve: una è stata trasformata ad uso abitativo mentre l’altra è stata ristrutturata nel 2013.

Le tradizioni

Particolarmente sentita dalla comunità montaganese è la festa del Santissimo Legno della Croce, che cade nei giorni 2-3 maggio e che si ricollega a una tradizione cristiana molto antica. La vita dei santi vuole che nel 327 d.C. la madre dell’imperatore Costantino ordinò che si effettuassero degli scavi sulla collina del Calvario, a Gerusalemme. Vennero rinvenute tre croci e per comprendere quale fosse quella di Gesù l’imperatore Macario ebbe l’idea di far toccare le croci a una donna gravemente malata che - una volta toccata la terza - riacquistò completamente la salute. La reliquia venne trasportata a Roma nella famosa chiesa che oggi prende il nome di Santa Croce in Gerusalemme, celebre meta di pellegrinaggi cattolici. In passato un sacerdote di Montagano si recò a Roma con l’intento di prenderne un frammento e - sulla strada del ritorno - fu sorpreso dalla comunità montaganese che aveva organizzato una processione in suo onore. Ad oggi, la riproposizione della fiaccolata rimane un’usanza molto sentita che acquista toni altamente pittoreschi. Per la città una sfilata di persone segue il sacro frammento di legno: nelle prime file del corteo ci sono i bambini con piccoli lampioni alla veneziana di vario colore, subito seguiti da donne e uomini con fiaccole e candele. Una volta giunti al calvario il parroco dà la benedizione e - al rientro in chiesa - l’omelia viene recitata da un predicatore chiamato appositamente per l'occasione. Poco dopo, in piazza, si riversa la folla festante accompagnata dalla musica della banda locale. Il mattino successivo i musicisti fanno il giro del paese e si celebra nuovamente la messa, che termina con esibizioni pirotecniche.

Altrettanto particolare è la Festa della Pergamena che rievoca il famoso documento - risalente al 1039 - che sancisce la nascita di Montagano come comune autonomo. Per quell’occasione la comunità si traveste d’antico, le vecchie botteghe riprendono vita e ogni angolo del borgo presenta stand gastronomici o d’intrattenimento.

La cucina di Montagano è estremamente rinomata per la genuinità delle materie prime, tra le quali spicca il pomodoro. Quello proveniente dal territorio è esportato in tutta la regione ed è protagonista di alcune ricette tipiche come la pasta artigianale “tacconi” - fusilli della grandezza di un dito - conditi con pomodoro, basilico e pecorino. Di pregevole qualità è anche il vino moscato, ottenuto dalla lavorazione di un antico vitigno chiamato “moscatello”.

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Escursioni al km 21,1

Qui il percorso incrocia il braccio Cortile-Centocelle, piccolo tratturo di raccordo tra due tratturi principali: un trekking di circa 10 chilometri - tra la periferia di Campobasso e Campolieto - che incrocia meravigliose chiese di campagna e piccoli borghi rurali. Oggi una parte della vasta rete di tratturi è stata riconvertita in percorsi escursionistici che attraversano numerosi luoghi suggestivi e remoti del sud Italia.

➔ km 22,4

Matrice bookmark

Poco più di mille abitanti risiedono in questo piccolo borgo della provincia di Campobasso: Matrice, comune nascosto tra suggestive colline, è luogo forse poco conosciuto ma in realtà ricco di arte e storia. Deve l’origine del suo nome al latino mater o matrix - ovvero città madre, capoluogo - come a suggerire che in un tempo remoto fosse il centro di un territorio ben più vasto.

Cenni storici

Quello che sappiamo è che nel 305 a.C. i Romani vinsero sui Sanniti dopo anni di battaglie e tentativi di conquistare Matrice, anche se l’occupazione definitiva avvenne solo nel I secolo, quando iniziarono ad essere convertiti alla religione romana tutti i santuari italici presenti. Il borgo antico era in realtà niente più che un piccolo villaggio, dove si praticava la pastorizia e l’agricoltura, che sorgeva nei pressi della località oggi chiamata Vicenne: è proprio in questa zona che ancora oggi si trovano molti resti di case italiche lungo la strada che porta alla chiesa di Santa Maria.

Fu solo nel XII secolo - grazie ai Normanni - che l’abitato si spostò dove ora sorge l’attuale Matrice, attorno ad un castello oggi purtroppo non più visibile. Nel Medioevo si formò un feudo sotto la famiglia dei Luparia e poi dei Da Ponte, che esercitarono qui il loro potere in nome degli Aragonesi.

Il borgo si sviluppò in maniera significativa nel XV secolo a causa del terremoto del 1456, dal momento che flussi di persone appartenenti alle devastate contrade vicine decisero di spostarsi all’interno delle sicure mura di Matrice. All’epoca il paese basava le proprie risorse sull’agricoltura e sulla pastorizia: questa semplice e modesta economia rurale durò fino alla conquista napoleonica del Molise nel 1799 e proseguì anche dopo l’abolizione del feudalesimo, nel 1806. La famiglia Pacca fu l’ultima di una lunga tradizione feudale.

Anche Matrice attraversò il periodo del brigantaggio ottocentesco e dello strapotere dei proprietari terrieri nei confronti di un’analfabeta società contadina, che si vide portare via - sempre più - i frutti del proprio lavoro. Date le difficili condizioni di vita - dovute anche all’inasprimento delle tasse - è a partire dal 1868 che la popolazione iniziò a migrare verso nord, per poi spostarsi anche all’estero. Tali fenomeni migratori proseguirono anche dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Una visita al borgo

Oggi Matrice, pur vivendo ancora principalmente di agricoltura, sta muovendo interesse dal punto di vista turistico e culturale con la riscoperta del proprio patrimonio: girovagare tra le sue stradine arroccate consente al viaggiatore di entrare in contatto diretto con il luogo, la sua storia e i suoi edifici meritevoli di una visita.

La chiesa Parrocchiale di San Silvestro si trova in centro e la sua data di costruzione risale al 1246, come dimostra un’iscrizione posta sul campanile. Più volte ridotta in stato di abbandono e colpita persino da un incendio, la chiesa nei secoli subisce diversi interventi di ristrutturazione, andando così a modificare la sua forma originale. La facciata esterna è assai semplice ed è presente un campanile medievale, mentre gli interni - a tre navate in stile neoclassico - custodiscono un interessante coro ligneo secentesco e le spoglie di Sant'Urbano martire, donate dal papa Benedetto XIV e andate in parte distrutte durante l'incendio del 1891.

Lungo il corso principale - nei pressi del monumento ai Caduti - si affaccia la chiesa di Sant’Antonio, piccola costruzione che risale al XVII secolo. Anch’essa oggi risulta diversa rispetto alla sua struttura iniziale a seguito delle ristrutturazioni che avvennero dopo il 1945. Ha una facciata esterna moderna e una pianta rettangolare ad unica navata. All’interno sono conservati due dipinti del XVI secolo - La fuga in Egitto e il Nazareno che chiama Pietro - insieme alla Madonna del Carmelo e alla Natività della Vergine realizzati dal celebre pittore Paolo Gamba nel 1779.

Perdendosi tra gli stretti viottoli del centro si arriva infine a Palazzo Ciaccia, di origine settecentesca, che fu costruito probabilmente sui resti dell’antico castello normanno. Situato in via Francesco Ciaccia al 41 è oggi ricoperto di intonaco, anche se la struttura originale fu realizzata con la pietra locale estratta dalla vicina cava. Sul portale a due colonne si può notare lo stemma dei Ciaccia, una inusuale aquila a due teste che ricorda le origini bulgare della famiglia. Si entra nel palazzo attraverso una galleria che conduce alle stalle e alle stanze della servitù, mentre ai piani superiori si trovano gli arazzi, l'originale arredo ligneo e un camino in pietra bianca. All’interno del palazzo è anche presente una cappella privata dedicata a san Nicola da Bari, di stile barocco e adornata da raggi dorati e nuvole.

La passeggiata in paese può concludersi in un luogo inconsueto e misterioso: il viaggiatore temerario non mancherà di varcare il tetro cancello adorno di teschi del piccolo cimitero municipale per immergersi nell'atmosfera gotica che permea questo luogo. Attenzione però: proprio tra queste lapidi ha trovato la sua fissa dimora un fantasma senza nome. Più volte avvistato dalla gente del posto, è solito palesarsi rigorosamente alle tre di notte con strani rumori che irrompono dalle tenebre nella quiete silenziosa del borgo.

Tradizione e folklore

Matrice resta - ancora oggi - ben ancorata alle sue tradizioni e di queste ha fatto tesoro, regalando agli abitanti e ai visitatori momenti di festa e convivialità. Tra le cerimonie più antiche dell’intero Molise, va innanzitutto ricordata la Madonna della Strada: la statua della Madonna viene portata in solenne processione per tre settimane a bordo di carri trainati da buoi. I festeggiamenti iniziano l’ultima domenica di aprile e culminano la terza domenica di maggio con il ritorno della statua presso la vicina chiesa di Santa Maria della Strada. In quest’ultimo giorno di festa si celebra anche il patrono di Matrice, Sant’Urbano.

L'atteso e festoso Ferragosto matriciano si conclude con la Sagra del prosciutto e del pane - che ha superato la cinquantesima edizione - mentre il primo sabato di settembre si festeggia la Sagra dei cavatelli, piatto tipico della zona. Molto popolare inoltre - a partire dagli anni Novanta - il Carnevale matriciano, con la sfilata di carri allegorici che vede una grande partecipazione da parte di tutta la cittadinanza.

➔ km 24,6+0,7 

Chiesa di Santa Maria della Strada bookmark

Strada comunale Santa Maria della Strada (Matrice, CB)

Prezzo: gratuito, visite guidate su prenotazione

Apertura: 10:00-18:00 (lun chiuso)

La chiesa di Santa Maria della Strada è situata su una collina in agro di Matrice, a nord della città e in aperta campagna, lontana dal frastuono della civiltà odierna. La storia della chiesa è intricata sotto molti aspetti. Il suo mistero conferisce ulteriore fascino a tutto il complesso architettonico che alla fine del secolo scorso (1889), grazie all’interessamento di Vincenzo Ambrosiani arciprete di Monacilioni, divenne monumento nazionale. L'opera è collocabile nel puro stile romanico, anche se all’interno è possibile scorgere influenze arabe e bizantine.

La sua particolare denominazione non è stata univocamente motivata dagli studiosi. È certo che non s’affaccia lungo strade significative, ma presumibilmente il riferimento stradale sarebbe a un tratturello che collega Matrice a Petrella Tifernina oppure - più semplicemente - potrebbe trattarsi di un’indicazione di una strada romana che collegava l’entroterra sannitico con la costa. Un’altra ipotesi è che il nome non si riferisca a una strada specifica ma alla Madonna Odigitria, dal greco odos ed egheomai: "colei che conduce", in questo caso interpretata in senso letterale come protettrice e guida del fedele viandante.

Una perla romanica nel cuore antico del Molise

È ancora aperta la questione riguardo l'origine della fondazione religiosa. Due sono state le strade solcate dagli studiosi fino a oggi: padre Michele Gallupi nel 1931 scoprì la pergamena montaganese, che attestava l’esistenza dell’abbazia già nel 1039. Nella pergamena veniva sancita una concessione dei prìncipi di Benevento Pandolfo III e Landolfo VI a favore di alcuni abitanti del luogo. La grafia del manoscritto, però, spinge a datarlo non prima del XII secolo e non è semplice stabilire se si tratta di una copia fedele dell’originale perduto o di un falso.

Questa ipotesi non convinse la studiosa inglese Evelina Jamison, che scoprì a Benevento un documento nel quale veniva raccontata la consacrazione della chiesa avvenuta nel 1148 ad opera dell’arcivescovo di Benevento, Pietro. Nel 1153, tra l’altro, l'edificio compare esplicitamente nella lista stilata dal papa Anastasio IV per un chiarimento riguardo la giurisdizione dell’arcivescovo Pietro: ad oggi quest’ultima ipotesi è quindi ritenuta la più solida.

Benché risulti ancora aperta la questione riguardo la nascita della fondazione religiosa, è importante sottolineare che la zona dove sorge la chiesa e quelle limitrofe testimoniano una frequentazione di popoli assai lontana nel tempo. A duecento metri a nord dalla chiesa, infatti, è stata rinvenuta una villa romana durante la costruzione di una strada agli inizi degli anni Settanta. È stato scoperto che l’occupazione originaria del posto iniziò già durante l’età del bronzo recente, o durante la prima età del ferro. La villa fu fondata nel III o nel II secolo a.C. e visse il suo massimo splendore fino all’inizio del VI secolo d.C. Successivamente partecipò all’economia di un insediamento religioso di monaci greci Basiliani e poi Benedettini, che abbandonarono definitivamente il sito nel 1456 dopo un rovinoso terremoto. Gli scavi testimoniano che l’acme della villa non poté andare oltre il VI secolo d.C. dal momento che tutti gli oggetti rinvenuti al suo interno non sono databili oltre quel periodo. Fra i reperti figurano anche delle ceramiche africane, che testimonierebbero il coinvolgimento diretto della villa - attraverso i mercati dei paesi vicini - con le rotte commerciali del litorale adriatico.

Dopo il terremoto del 1456 la vita abbaziale risultò estremamente ridotta. Forse la chiesa finì abbandonata e le sue tracce sparirono gradualmente. Fu soltanto dopo il terremoto del 1688 che l’arcivescovo Vincenzo Maria Orsini fece restaurare la struttura, dandole anche delle reliquie. Nel 1889 Santa Maria della Strada fu riconosciuta monumento nazionale italiano.

Visitare Santa Maria della Strada

La cura invesita nell'edificazione di questa chiesa non rappresenta un modello architettonico consueto e lascia sottindendere un progetto complesso studiato nei minimi dettagli. La sua struttura è a croce greca e il tempio è rivolto a oriente, dove sorge il sole che simboleggia il Cristo. Le finestre sono alte e strette e non lasciano passare molta luce né aria. La muratura è a blocchi di nummuliti e questo conferisce un’ulteriore nota di attrazione di tipo scientifico, dato che le nummuliti sono un tipo di protozoi fossili estinti. Dall'esterno appare come una piccola costruzione in pietra che presenta linee semplici e molti bassorilievi, sulla facciata sono presenti numerose lunette raffiguranti scene allegoriche.

Persino il più distratto tra i viandanti perderà qualche minuto contemplando le evocative vignette incise nella bianca pietra: biblici episodi secondo alcuni, laici racconti cavallereschi secondo altri. Tra i molti bassorilievi, sicuramente il più suggestivo si trova nel portale laterale e racconta del cosiddetto volo di Alessandro Magno. La leggenda medievale vuole che l'eroico condottiero macedone - desiderando spingersi al di là dei limiti umani - si fece costruire una cesta di vimini sollevata da due mitologici grifoni per librarsi in cielo e ammirare il mondo da una nuova prospettiva. Questo episodio - considerato dalla cristianità un esempio di tracotanza punita con il principe che precipita rovinosamente al suolo - in Santa Maria della Strada perde ogni accezione negativa e sembra assumere un significato diverso, una sorta di virtuosa aspirazione verso l'alto, verso il divino. Ultima inattesa stranezza, la lunetta che racconta l'episodio è anche l'unica a raffigurare la croce di Cristo: l'agnello crucifero che - in questo libro scolpito nella pietra ricchissimo di aneddoti, angeli, demoni e creature mostruose - si affaccia in ultimo, quasi di nascosto.

L’interno - tre navate simbolo della trinità e dodici colonne che simboleggiano gli apostoli - è ricco di elementi degni di nota: tra i più importanti possiamo ricordare la particolare acquasantiera posta sulla destra, il presbiterio sopraelevato, il soffitto ligneo e il monumento funerario in stile goticizzante di Berardo d’Aquino. Certo è che, dalla semplice descrizione, non è possibile cogliere nella sua interezza la bellezza del monumento. A colpo d’occhio sarà possibile rilevare che la sua edificazione implica un progetto ben strutturato che - soprattutto - è stato unito a un preciso programma iconografico e iconologico, che lo legano non soltanto alla cristianità ma anche, secondo alcuni, a una serie di leggende folcloriche e addirittura alle chanson de geste, più precisamente al libro delle storie di Fioravante.

La leggenda del re Bove

APPROFONDIMENTI

L’abbondanza delle raffigurazioni del bue presenti in alcune chiese molisane, e in particolare nella chiesa di Santa Maria della Strada, ha stimolato la diffusione della leggenda del re Bove, scritta per la prima volta nel 1699 da Francesco de Sanctis, arciprete di Ferrazzano.

Molte sono le versioni a noi giunte, ma quella maggiormente diffusa vuole che il re Bove, innamoratosi della sorella, domandò al papa il permesso di sposarla. Quest'ultimo acconsentì ma chiese al re, in cambio, di costruire in una sola notte un numero non precisato di chiese (le versioni oscillano fra le sette e le novantanove). Per riuscire nell’impresa il re chiese aiuto al Diavolo, il quale pretese in cambio la sua anima. Quella notte il sovrano inserì all’interno di ogni chiesa innalzata una pietra scolpita a ricordo del suo nome, ed è questo il motivo che, secondo la leggenda, spiegherebbe le numerose raffigurazioni dell’animale. Durante la costruzione dell’ultima chiesa, quella di Santa Maria della Strada, Bove si pentì e decise di tirarsi indietro: il Diavolo, adirato, scagliò un sasso contro il campanile causando la caduta del re e la sua morte. Il masso è ancora lì, una colonna di pietra trasformata successivamente in fontana a poca distanza dalla chiesa.

Alcune varianti della leggenda tramandano che sette siano le chiese sopravvissute nel tempo, ma nulla si sa della settima edificazione. Gli edifici sono: Santa Maria della Strada a Matrice, San Leonardo a Campobasso, Maria Santissima Assunta di Ferrazzano, Santa Maria di Monteverde nell’agro di Vinchiaturo, Santa Maria di Cercemaggiore e infine la cattedrale di Santa Maria Assunta a Volturara Appula.

➔ km 30,9

Campolieto bookmark

Campolieto - piccolo comune molisano situato a poca distanza da Campobasso - si adagia su una collina che delinea lo spartiacque tra i fiumi Biferno e Fortore. Questo antico borgo, circondato da dolci colli, conserva nel suo centro storico l'architettura delle origini: case raccolte - non molto alte - disposte intorno alla chiesa del paese. Un elemento di notevole interesse nel circondario è la ferrovia Campobasso-Termoli, che nei pressi di Campolieto offre la vista di un suggestivo viadotto con quindici arcate in pietra.

Cenni storici

Le origini di Campolieto rimangono avvolte nel mistero, tanto che l'etimologia del suo nome oscilla tra due interpretazioni decisamente contrastanti. Alcuni studiosi suggeriscono che derivi da campus leti, che si traduce come "campo della morte", forse a memoria di antiche battaglie. Altri - al contrario - propongono campus laetus ovvero "campo della gioia", alludendo alla posizione bucolica del paese o alla presunta allegria dei suoi abitanti.

Nonostante l'incertezza sulle origini, è accertato che Campolieto esistesse già nel secolo XI, all'inizio della dominazione normanna: alcune fonti ipotizzano che le sue origini possano risalire addirittura al X secolo. Come molti altri centri dell'Italia centro-meridionale, nel Medioevo il paese si sviluppò attorno al palazzo feudale che ancora oggi si erge nel cuore dell'abitato, sebbene trasformato nel corso del tempo.

Il primo signore di Campolieto di cui si abbia notizia è Roberto de Russa, che governò nell'XI secolo. Nel corso del tempo il feudo passò nelle mani di diverse nobili famiglie tra cui i Borrello, i Di Capua e i Carafa, che lasciarono il segno nella storia e nell'architettura del paese, contribuendo al suo sviluppo e alla sua trasformazione.

In tempi più recenti la famiglia Jannucci ebbe un ruolo di rilievo, in particolare Francesco Jannucci, sindaco e podestà del paese. Il castello feudale, simbolo del potere locale, fu venduto e diviso tra privati nel 1942, segnando la fine di un'epoca. Purtroppo anche Campolieto ha attraversato momenti difficili, tra cui una frana che nel 1907 danneggiò il cimitero e un consistente calo demografico a partire dall'inizio del XX secolo.

Una passeggiata per il paese

Il centro storico di Campolieto conserva ancora l'impianto urbanistico tipico del borgo medievale, caratterizzato da strette vie e case affiancate. Le strade principali - "Porta da Piedi" e "Porta da Capo" - suggeriscono antichi collegamenti con il castello e le porte d'accesso al paese. In contrasto con il nucleo antico, la zona di più recente espansione presenta un'architettura moderna, con strade più ampie e abitazioni di recente costruzione.

Tra i diversi luoghi di interesse storico e architettonico senza dubbio spicca la Chiesa di San Michele Arcangelo, risalente al Seicento, che si erge al culmine di un'ampia scalinata. La chiesa, esistente già nel 1300, presenta una struttura a tre navate costruita nel 1613 in stile tardo romanico con elementi barocchi. La facciata è a capanna con tre finestre e un portale decorato da iscrizioni gotiche. Interessante la balaustra con il rilievo San Michele che uccide il serpente. L'interno mostra intonaci barocchi e colonne in stile romanico, la navata centrale si eleva sopra le laterali mentre l'abside un tempo ospitava l'altare maggiore in marmo, che è stato sostituito nel corso dei restauri del XX secolo. La storia della chiesa è segnata anche da eventi significativi, come l'incendio del 1682 che danneggiò gravemente l'edificio e richiese importanti lavori di ricostruzione.

Altri edifici degni di menzione sono la Chiesa di Sant'Anna - a navata unica annessa all'antico convento dei Padri Carmelitani Scalzi - e il Palazzo Ducale dei De Capua: originariamente castello medievale dell'XI secolo, nel corso dei secoli ha subito diverse trasformazioni diventando un palazzo barocco con decorazioni classicheggianti sul portale e sulla cornice a colonne greche.

Museo dei Fuochi d'Artificio

Nel centro storico - più precisamente al numero 12 di Via Guglielmo Marconi - si trova il peculiare Museo dei Fuochi d'Artificio che racconta la storia di questa tradizione locale, da sempre legata alla famiglia Paradiso. La mostra permanente "Disegnare nel Cielo" espone strumenti e materiali - utilizzati per la creazione di fuochi d'artificio - provenienti dal laboratorio pirotecnico di Francescopaolo Paradiso, attivo a Campolieto alla fine dell'Ottocento. Il percorso museale offre uno sguardo approfondito sull'arte pirotecnica presentando oggetti insoliti, fotografie, documenti, utensili e quaderni che testimoniano l'ingegno e la maestria degli artigiani locali.

Tradizioni e folklore

"Il Giglio" di Campolieto si svolge il 26 luglio - giorno in cui si festeggia anche Sant'Anna - e consiste in una sorta di asta. Una struttura di legno a forma di campanile - ornata e ricoperta di gustosi biscotti, ottimo vino e altri doni - viene portata sul Piano dell’Olmo dove si raccoglie il paese, accompagnato dalla banda musicale. L'asta si protrae per alcune ore e - mentre la musica scandisce i momenti di pausa - gli animi più intraprendenti cercano di accaparrarsi le ultime bottiglie di vino per un brindisi in allegra compagnia.

Altra tradizione è la "Pasquetta", durante la notte tra il 5 e il 6 gennaio: un canto emozionante eseguito di casa in casa rievoca - in undici strofe rimate - la storia dei Re Magi e termina con l’augurio di buona Pasqua a tutti i membri della famiglia ospite. La tradizionale ricompensa - dolci, arance, fichi secchi, castagne, noci, vino abbondante e carni insaccate - è stata oggi sostituita da un regalo in denaro. Assai simile "La Maitunata" del 31 dicembre: una madrigale popolare senza accompagnamento, un canto polifonico benaugurale che si conclude con un banchetto di frutta e dolci offerto ai giovani musicanti.

Io sono un padre e sono un giglio
e sono padre di dodici figli.

La Mascherata (Campolieto)

In tempo di Carnevale si rappresenta la "Mascherata", personificazione dei dodici mesi dell’anno a cui si aggiunge una tredicesima figura che impersona l’anno intero. Si ignora l’autore di testi e musica, ma il tema della composizione racconta - in ogni sua variante - la dura vita di un centro agricolo. Le strofe - distribuite a gruppi di compaesani e divise a seconda del mese che questi devono rappresentare, vengono cantate con l'accompagnamento di una fisarmonica. Questa festa popolare non dura più di tre ore - ognuno si deve ritirare presso la propria abitazione e riposare prima di un altro giorno di duro lavoro - e si conclude con la parte riservata all'anno intero, che in perfetto italiano recita più volte: “Io sono un padre e sono un giglio e sono padre di dodici figli".

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Escursioni al km 32,5

Qui il percorso incrocia il braccio Cortile-Centocelle, piccolo tratturo di raccordo tra due tratturi principali: un trekking di circa 10 chilometri - tra la periferia di Campobasso e Campolieto - che incrocia meravigliose chiese di campagna e piccoli borghi rurali. Oggi una parte della vasta rete di tratturi è stata riconvertita in percorsi escursionistici che attraversano numerosi luoghi suggestivi e remoti del sud Italia.

La Statale 87 Sannitica

APPROFONDIMENTI

Il progetto per la realizzazione della Statale 87 Sannitica affonda le sue radici nel Settecento, quando Re Ferdinando Borbone ne decretò la costruzione per collegare la costa tirrenica a quella adriatica. Questa ambiziosa opera si concretizzò a metà dell'Ottocento con l'apertura del tratto molisano, creando il primo importante collegamento tra i comuni dell'entroterra - Campobasso e Larino su tutti - e la costa. Nel 1928, una volta ultimati i 221 chilometri di percorso tra le città di Napoli e Termoli, la strada fu ufficialmente denominata Statale 87, diventando un'arteria vitale per il collegamento del mar Tirreno con il mar Adriatico.

Tuttavia, nel secondo dopoguerra il boom del trasporto privato e del turismo verso l'Adriatico portò a un lento e inesorabile abbandono della strada, che coincise con l'affermarsi della statale Bifernina (ufficialmente Strada statale 647 Fondo Valle del Biferno), il cui viadotto sul lago del Liscione offriva un'alternativa più rapida per raggiungere il basso Molise. Attualmente la ex Statale 87 - pur necessitando di manutenzione - offre al viaggiatore una valida alternativa per un turismo più lento, non solo in auto ma anche in bicicletta, permettendo di apprezzare paesaggi, borghi, casolari e locande caratteristici del cuore rurale molisano. Questo percorso storico - riclassificato come strada provinciale - collega oggi Benevento a Termoli lungo un tragitto di 142 chilometri e regala una sfilata di scorci e panorami che altrimenti sfuggirebbero, come la ferrovia Campobasso-Termoli e il suo suggestivo viadotto a 15 archi in pietra e muratura nei pressi del bivio di Campolieto.

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Escursioni al km 43,6

Qui il percorso incrocia il regio tratturo Celano-Foggia, antica via di transumanza lunga circa 200 km che collega Celano (Abruzzo) a Foggia (Puglia). Oggi una parte della vasta rete di tratturi è stata riconvertita in percorsi escursionistici che attraversano numerosi luoghi suggestivi e remoti del sud Italia.

➔ km 44,4

Ripabottoni bookmark

Ad un'altezza di 650 metri – sul declivio di uno scoglio di tufo a metà strada tra mare e monti – si staglia il borgo medievale di Ripabottoni, circondato da un paesaggio collinare particolarmente aspro. Nel corso dell'ultimo secolo il paese ha patito un forte spopolamento: a fine Ottocento si contavano quasi cinquemila abitanti contro i quattrocento odierni, quasi interamente occupati in attività agricole. È durante i mesi estivi che il paese fiorisce e si anima: le ferie richiamano alle origini i molti migranti, mentre le numerose sagre gastronomiche e la festa patronale di san Rocco (16 agosto) attirano in paese tanti curiosi di passaggio.

Chiamato semplicemente "Ripa" dai residenti, Ripabottoni ha avuto nel corso della sua storia molti nomi: il più antico è "Ripabrunualdo" nei documenti del 1181; passano i secoli e - tra gli altri - seguono "Ripa de Brittonis" che conservò a lungo, "Ripambudinana" da una carta del 1450, "Ripa li Bottuni", infine "Ripafrancona" dal nome dell'ultima famiglia che dominò il feudo. Il nome attuale è attestato a partire dal 1820: risulta tanto chiara la prima parte – "ripa" intesa come declivio o dirupo – quanto appare misteriosa la seconda. La teoria più accreditata si affida a un'iscrizione oggi perduta che suggerisce l'origine gotica del borgo: "Ripa Ghotorum"; un'interpretazione alternativa riconduce il toponimo al greco "bothinos", ovvero fosso.

Ripabottoni, crocevia di strade millenarie

L'origine dell'insediamento ha radici assai antiche e gli scavi archeologici condotti nei paraggi hanno restituito numerosi reperti: monete, statuette e persino un'iscrizione funeraria risalente al II secolo d.C. Il borgo si trova inoltre all'incrocio di due tra i più importanti tratturi d'Italia: non è difficile immaginare come questi luoghi abbiano rappresentato nel corso dei millenni un punto di transito e di sosta durante le transumanze dei pastori sanniti. Ancora oggi Ripabottoni è una tappa fondamentale in cui il viandante può trovare ristoro e alloggio percorrendo il lungo cammino Celano-Foggia.

Nelle carte ufficiali il borgo compare per la prima volta in una bolla di Lucio III del 1181, e durante l'epoca normanna il prezioso e accurato "Catalogus Baronum" registrò i numerosi passaggi di proprietà di questi possedimenti: il primo signore del feudo fu Giuliano di Castropignano, gli ultimi Paolo Francone e i suoi successori; a questi seguì infine Ambrogio Caracciolo, che però non poté appropriarsi del feudo per la sopraggiunta abolizione del regime feudale imposta da Giuseppe Bonaparte, re di Napoli e fratello di Napoleone.

Negli anni del feudalesimo il borgo visse momenti di prosperità – incorporato nei potenti feudi di Montagano, dei Capua e dei Carafa – così come periodi di crisi, come quando alla fine del Cinquecento - dopo le devastazioni di quattrocento uomini armati - fu necessario indebitarsi per millecinquecento ducati

per sovvenire i poveri cittadini exausti di grano per la mala raccolta e far sì che essi possano sementare et vivere

Superata ogni crisi, dal 1800 Ripabottoni è divenuta famosa per l'ottima qualità del grano locale e per le tenute agrarie acquistate dai mercanti locali in terre lontane. In epoca moderna vede nascere e fiorire l'industria della seta, ancora oggi ricordata in paese dal nome dato alla via Gelso. Ai giorni nostri, memore della sua storia antica e delle sue tradizioni, in paese resiste la tradizione folkloristica del "convito", un banchetto offerto da alcune famiglie del paese nella terza domenica dopo Pasqua: il viaggiatore stanco ed affamato non si farà sfuggire l'occasione di assaggiare alcune prelibatezze locali, tra cui la “ricciata”, le “scr’ppelle” e le “scarciofle”.

Una visita al centro storico

Il terremoto del 2002 - che ha duramente colpito la cittadina e ha contribuito al suo spopolamento - è storia passata: il centro storico è stato magnificamente ristrutturato e oggi è un piacere passeggiare per le strette vie medievali del borgo. Sono rigorosamente tutelate e conservate con amorevole cura le case in pietra dai portali decorati – dalle più umili alle più prestigiose, le cosiddette "case palazziate" – spesso impreziosite dal lavoro degli scalpellini locali. Ed è proprio il certosino lavoro dei marmisti che consente a Ripabottoni di fregiarsi del più bel "ricciolo barocco" del Molise: immaginata e realizzata da Ferdinando Sanfelice – tra i migliori architetti del Regno di Napoli – questa spirale di pietra si lascia ammirare ancora oggi sulla monumentale facciata della chiesa di Santa Maria dell'Assunta.

Ripabottoni è il paese natale di Paolo Gamba, nato nel 1712 e considerato il più grande pittore molisano del Settecento. Artista eclettico e versatile – fu architetto, scultore, archeologo dilettante e persino costruttore di orologi – diede il meglio di sé nella pittura e lasciò importanti testimonianze della sua arte proprio nel borgo, in particolare nella chiesa parrocchiale di Santa Maria dell'Assunta, monumento di interesse nazionale che si affaccia su piazza Marconi, nel cuore del centro storico. L'edificio fu progettato dall’artista napoletano Ferdinando Sanfelice, i lavori di costruzione iniziarono il 6 maggio 1731 con la posa della prima pietra e e si conclusero nel 1744, ad eccezione del campanile ultimato in seguito. Gli interni, a tre navate, custodiscono ben nove altari e sono riccamente decorati da dipinti e affreschi. Oltre alle tele del Gamba - San Rocco, una Madonna del Rosario e la Presentazione della Vergine al Tempio – si può ammirare un'opera del suo maestro: un San Michele Arcangelo del pittore Francesco Solimena, alloggiato sull'altare destro della crociera.

Su una terrazza in pietra proprio di fronte alla chiesa dell'Assunta sorge lo storico Palazzo Cappuccilli, recentemente ristrutturato e oggi visitabile in occasione di mostre e di eventi comunali. Commercianti di stoffe, di quella nuova borghesia che lentamente ma inesorabilmente andava sostituendo la decaduta nobiltà feudale, nei Cappuccilli crebbe l'esigenza di una dimora degna del nuovo status acquisito in paese. Leonardo Antonio, sindaco illuminato, decise di costruire la sua nuova casa proprio di fronte alla chiesa e l’incarico fu affidato al prestigioso architetto Eutichio Ricci di Larino. L'edificio fu costruito tra il 1889 e il 1897; al piano terra trovarono posto le stalle e le rimesse, al piano mezzanino gli alloggi della servitù, ma è al piano nobile che il palazzo svela ancora oggi la sua ricchezza: stanze da letto e salotti decorati con stucchi e dipinti intervallati da affascinanti affacci e scorci sulla piazza e sulle vie sottostanti. Tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta il palazzo fu affittato alle scuole elementari del paese: il fantasma del castello decise di svegliarsi e, senza alcun preavviso, suonare di tanto in tanto il pianoforte dimenticato in uno degli abbandonati salotti nobiliari. Salvo poi scoprire che si trattava di qualche bambino che – intrufolandosi di soppiatto nei piani superiori – voleva toccare con mano questo sconosciuto e misterioso strumento musicale.

Circa tre chilometri a est di Ripabottoni, dove il tratturo Celano-Foggia incrocia l'asfaltata Provinciale 71, il viaggiatore può concedersi una breve sosta per ammirare la piccola cappella di San Michele. L'edificio attuale fu costruito nel 1733 sul sito di un'antica chiesetta diroccata: la leggenda vuole che la precedente struttura versasse in un tale stato di abbandono che gli abitanti del borgo furono puniti con un intero anno di scarsi raccolti. Oggi non è raro incontrare qualche ripaiolo che – al termine di una serena passeggiata domenicale lungo il tratturo – si attarda ai piedi della piccola cappella per ammirare il paesaggio circostante e per rallegrarsi al suono delle campane prima di fare rientro in paese.

Una sonnolenta Montagano durante la controra
Una sonnolenta Montagano durante la controra
Storica neviera nei dintorni di Montagano (CB)
Storica neviera nei dintorni di Montagano (CB)
Santa Maria della Strada (Matrice)
Santa Maria della Strada (Matrice)
Il volo di Alessandro Magno (S. Maria della Strada)
Il volo di Alessandro Magno (S. Maria della Strada)
Campolieto (CB)
Campolieto (CB)
Ponte ferroviario lungo la Statale 87 Sannitica
Ponte ferroviario lungo la Statale 87 Sannitica
Verso Ripabottoni
Verso Ripabottoni
Tramonto a Ripabottoni
Tramonto a Ripabottoni

Mangiare e dormire

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➔ 16,6

Il Viandante 
location_on Piazza Mercato, 3 — Montagano (CB)

Prezzo add_circleadd_circleradio_button_unchecked  call +390874451402  jamboard_kiosk viandantemolise.com  

Situata nella piazza principale del paese, questa struttura dispone di 5 camere indipendenti e area comune con angolo cottura e zona relax.

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➔ 28,2

La Piana del Riccio 
location_on Via Montagna, 7 — Martina (CB)

Prezzo add_circleadd_circleradio_button_unchecked  call +393337547974  jamboard_kiosk lapianadelriccio.it  

Azienda agricola con un progetto di agricoltura sociale e fattoria didattica. Sala con 40 coperti dove viene offerta una cucina genuina con prodotti locali e secondo stagionalità.

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➔ 30,9

Bar La Piazzetta 
location_on Piazza San Giovanni in Galdo, 8 — Campolieto (CB)

Prezzo add_circleradio_button_uncheckedradio_button_unchecked  call +39 333 2286708  

Classico bar di paese, luogo di ritrovo sia per giovani che meno giovani.

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➔ 44,4
+0,1

Art & Breakfast B&B 
location_on Corso Vittorio Emanuele, 50 — Ripabottoni (CB)

Prezzo add_circleadd_circleradio_button_unchecked  call +39 377 9546955  jamboard_kiosk artandbreakfast.it  

Gestito dalla svedese Karin, questo B&B centrale propone camere con bagno privato e una ricca colazione inclusa, con marmellate fatte in casa e prodotti locali. Gli ospiti possono rilassarsi nell'ampio soggiorno o nel tranquillo giardino con pergolato.

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➔ 44,4
+0,2

Bar Centrale 
location_on Piazza Marconi, 9 — Ripabottoni (CB)

Prezzo add_circleradio_button_uncheckedradio_button_unchecked  

Unico bar del paese, situato nella piazza centrale. Personale cordiale e accogliente.

Mangiare e Dormire

icon Alberghi e Hotel
icon Rifugi, B&B e Ostelli
icon Campeggi
icon Ristoranti e Trattorie
icon Bar e Panini
icon Alimentari e Market

Chiese e Monumenti

icon Chiese e Monasteri
icon Monumenti e Storia
icon Castelli e Ville
icon Musei e Gallerie
icon Modernità e Industria

Meraviglie della Natura

icon Laghi e Fiumi
icon Montagne e Vette
icon Parchi e Boschi
icon Mari e Spiagge
icon Canyon e Scogliere

Viaggiare ed Esplorare

icon Imperdibile curiosità
icon Patrimonio UNESCO
icon Sagre e Festival
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icon Ciclovie

Servizi e Informazioni

icon Tutti i servizi
icon Ufficio del Turismo
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Raccomandazioni e Avvisi

icon Fondo difficile
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icon Tunnel e Gallerie
icon Attenzione agli orari
icon Avviso generico