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Civitacampomarano
Trivento
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Nell’accogliente valle del Trigno, sulla sponda meridionale del fiume al confine con l’Abruzzo, sorge Roccavivara, un piccolo borgo che - a circa 600 metri sul livello del mare - domina la valle sottostante e regala alla vista splendidi panorami. Moltissima storia ancora sopravvive fra le sue strade e nelle zone limitrofe, dando al visitatore la possibilità di perdersi in scorci di arte romanica e meravigliosi paesaggi naturalistici, come i boschi di faggi secolari presso il lago Ivalso, poco distante dal centro abitato.
La storia del toponimo non è certa: alcuni pensano derivi da Rocca di Vivara, una contrada ancora esistente e molto vicina al comune, mentre un'altra congettura riporta il nome al latino Rocca Vivarium, laddove vivarium si tradurrebbe con riserva di selvaggina o magazzino di caccia. La teoria più plausibile sembra però essere Rocca Bonnarii, ovvero Rocca di Bonnario, accreditata anche dal Catalogus Baronum, un provvedimento del 1152 attuato dai Normanni e destinato alla riscossione delle tasse presso i feudatari. Dal momento che altri comuni limitrofi - tra il 1150 e il 1165 - hanno adottato il nome del loro primo feudatario come toponimo, si può ipotizzare che - anche in questo caso - sia questa la sua origine.
L’aspetto di Roccavivara è medievale ma alcuni rinvenimenti archeologici testimoniano che le sue radici sono estremamente antiche: un’urna cineraria, una moneta bronzea dell’VIII secolo a.C. e una moneta argentea risalente alle campagne militari di Pirro testimoniano un’attività in loco già in epoca protostorica. La presenza sannitica è visibile, poiché queste erano zone di confine con le tribù dei Frentani e dei Pentri, gruppi etnici sanniti di lingua osca. Le testimonianze del periodo romano sono molto più numerose, come la villa rustica in località Canneto fondata nel I secolo a.C., momento storico in cui il Sannio entra a far parte dell’Impero Romano. La villa presumibilmente rientrava nella giurisdizione del municipio di Terventum, l'attuale Trivento.
È proprio intorno al sito archeologico della villa che è sorto un complesso abbaziale notevole, dal quale è possibile ammirare il dispiegamento della storia di Roccavivara fino ai nostri giorni. Il santuario nasce come piccolo luogo di culto della stessa villa in età tardoantica. Intorno al 450 d.C. fu costruita la prima chiesa dedicata a Maria Vergine Madre di Dio, a testimonianza di un forte nucleo cristiano nella vallata, conseguenza dell’acuirsi della fede mariana dopo il concilio di Efeso del 431.
Durante il periodo normanno Roccavivara è registrata come feudo - sono poche le informazioni su quel periodo - e nel 1474 la chiesa fu completamente abbandonata dai monaci benedettini. La loro partenza causò il totale disuso del sito, che col passare del tempo fu completamente sommerso dai detriti. Nel 1497 il re Ferdinando II d’Aragona cedette il feudo di Roccavivara a Consalvo de Cordova e da questo momento in poi la storia del borgo è un continuo passaggio da un feudatario all’altro: nel 1566 ci fu Francesco di Sangro, successivamente Rainaldo di Carafa e infine Giovanni Gallo. Il 1600 fu un secolo difficile per tutto il regno di Napoli e anche Roccavivara ne subì le conseguenze. La dominazione spagnola fu molto dura e la popolazione venne dimezzata dalla carestia di metà secolo.
Sarà soltanto nel 1810, con l’abolizione delle rendite feudali ad opera di Giacchino Murat, che Roccavivara si liberò del suo statuto di feudo e poté inserirsi a pieno titolo nelle vicissitudini politiche del Regno delle due Sicilie. La chiesa, invece, verrà restaurata molto più tardi grazie all’operato del sacerdote Don Duilio Lemme, che nel 1929 intraprese un’opera di recupero e consolidamento del santuario e degli scavi, rendendo la zona meta di turisti e pellegrinaggi.
A Largo Chiesa, nel centro storico, è situata la chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo. Edificata intorno al XIII secolo, fu modificata dopo il 1575: questa ristrutturazione comportò dei cambiamenti in stile tardo barocco tipico del napoletano, come il campanile a torre ornato da una classica cuspide curvilinea terminante a cipolla e i due altari laterali. La facciata è in pietra concia e il portale è molto grande, in stile gotico e a sesto acuto; la lunetta sovrastante presenta una decorazione in ferro battuto con una croce che emana raggi di luce. La pianta è rettangolare a navata unica e ai lati si trovano due sfarzosi altari. All'interno si può ammirare una statua policroma del XII secolo dedicata all’Arcangelo e un prezioso fonte battesimale trecentesco - con rombi sui lati che incorniciano decorazioni a motivi vegetali - a sua volta incassato in una cornice a rilievo su parete che ripropone lo stile dei mosaici bizantini e rappresenta il battesimo di Gesù.
Il viaggiatore senza fretta potrebbe concedersi una giornata di trekking e un picnic all’aria aperta: a pochi chilometri da Roccavivara - tra i monti che circondano il borgo - si trovano il lago Ivalso e la sua casetta forestale, costruita un secolo fa e recentemente ristrutturata. Situato a circa 800 metri di altitudine, questo luogo offre panorami unici e aria estremamente pulita: quando il cielo è terso, di sera, è possibile ammirare una meravigliosa distesa di stelle. Tavoli e panche all'ombra di secolari faggi, in compagnia di scoiattoli e picchi: non stupisce che questo laghetto sia tra le mete preferite dai rocchesi per la gita fuori porta di Pasquetta o Ferragosto.
Il patrono è Sant’Emidio, celebrato il 5 agosto, che si dice abbia miracolosamente salvato il borgo e i suoi abitanti da un terremoto. La festa inizia al mattino con la Santa Messa e una processione fra le strade del paese. Nel pomeriggio si svolgono Le Traglie, cioè una sfilata di carri decorati da spighe di grano e trainati da buoi fino al Calvario, località alta del paese. I festeggiamenti proseguono tutta la sera, accompagnati da un buon piatto di cavatelli e tanta musica dal vivo.
Un’altra tradizione è quella chiamata Gallo di San Rocco: un tempo l’animale vivo veniva chiuso all’interno di un tombino, con la testa che sporgeva sulla strada, mentre una persona bendata - al cospetto del pubblico - tentava a più riprese di ucciderlo con un secco colpo di bastone. Dopo le numerose proteste degli animalisti, oggi il gallo vivo è stato - fortunatamente - sostituito da un suo simulacro in gesso.
Particolari le usanze praticate due volte all'anno per San Giuseppe, quando le famiglie invitano a pranzo tre persone come simbolo della Sacra Famiglia: il 19 marzo si mangiano pietanze a base di baccalà e cereali mentre il primo maggio si consuma un menu a base di piatti di carne. Altrettanto sentita fra la comunità dei rocchesi è la festa “Le sagne della Madonna”: dal paese vengono inviate sette ragazze e un’anziana signora in località Canneto a rappresentare i desideri delle famiglie al cospetto della Madonna; al loro ritorno si consuma un piatto tipico cucinato per l'occasione a base di pasta fresca fatta in casa condita con sugo, aceto e spezie.
Dal centro di Roccavivara, una passeggiata di circa 3 chilometri conduce al lago Ivalso: ci si può rilassare in aree attrezzate per il picnic, all'ombra di secolari faggi abitati da scoiattoli, picchi e cuculi.
Alcuni vini del territorio ricordano il legame tra il Molise e gli Osci - antica popolazione italica preromana - e la loro successiva fusione con i Sanniti avvenuta nel V secolo a.C. Il richiamo a quel lontanissimo passato che già prevedeva la vinificazione in queste terre oggi regala il nome ad opzioni enologiche in mano ai viti-vinicoltori della zona. Si tratta - appunto - dei vini Molise Doc e il Terre degli Osci (o Osco) Igt, i cui disciplinari di produzione prevedono l’utilizzo di specifiche varietà di uva per la creazione di diverse tipologie di prodotti. Si possono quindi vinificare spumanti, vini dolci e passiti, rossi, rosati e bianchi; i vini sono ottenuti da singole varietà di uva oppure da tagli o uvaggi delle diverse varietà ammesse dalla regione Molise. Una possibilità che da una parte salvaguardia la tradizione - nei disciplinari di produzione vengono indicati i terreni, le pratiche colturali e le norme di coltivazione e di vinificazione delle uve - ma che lascia anche la libertà ai produttori di innovare e creare nuovi prodotti per un mondo, quello degli appassionati di vino, che spesso cambia velocemente i propri gusti.
Si possono quindi degustare vini monovarietali - cioè vinificati con un solo vitigno - per apprezzare la tipicità ottenuta a partire da uve coltivate in queste terre. Esemplari sono il Terre degli Osci Igt Montepulciano o il Molise Doc Rosso, ottenuti con sole uve Montepulciano e magari affinati in legno per diversi anni. Il risultato è un vino rosso intenso con riflessi granata. Nel caso di utilizzo di botti di legno di primo passaggio - ossia nuove - si possono cogliere profumi di confettura di prugna, note di cacao e sentori di vaniglia, che tendono ad aromi di caffè e tabacco nel caso di affinamento in legno già usato per altre vinificazioni. In bocca prevale la sensazione robusta, tipica del Montepulciano, data dalla decisa nota alcolica e dalla notevole presenza di tannini ammorbiditi dall'affinamento in legno.
In zona è inoltre possibile anche degustare ottimi spumanti a base di un’altra varietà presente in Molise che è la Falanghina. Nella sua versione Brut si presenta con un bel colore paglierino brillante, una spuma intensa e persistente e un fine perlage, piccole bollicine che risalendo dal fondo del bicchiere creano un effetto che ricorda una lunga collana di perle. I profumi richiamano gli agrumi, la pesca e i sentori di ananas. Non mancano le sfumature di fiori come il glicine e i fiori di tiglio. In bocca l’effervescenza si percepisce in modo piacevolmente intenso, a cui si aggiunge una discreta acidità e una lunga persistenza. Falanghina che -ovviamente - viene vinificata anche ferma per dare un vino bianco dal colore giallo paglierino intenso, con riflessi che tendono al verde per i vini più giovani e al dorato nel caso di vini sottoposti a invecchiamento o ad affinamento in botti di legno. Profumi di frutta esotica come ananas e banana, sentori di erbe aromatiche e - nel caso di utilizzo di barrique nuove in fase di vinificazione - anche note speziate di vaniglia. In bocca risulta fresco e con una piacevole nota minerale.
Dall'abbondante presenza di canneti lungo le sponde del Trigno è stato scelto il nome di Santa Maria del Canneto: una delle chiese più belle della regione Molise.
L’edificio appare per la prima volta in un documento databile intorno al 706 a.C. - rinvenuto nel “Chronicon Volturnense” - dove è testimoniato che il duca Giustolfo I di Benevento fece dono della chiesa ai monaci benedettini di San Vincenzo al Volturno. Fu l’abate Rainaldo, rettore dell’abbazia fra il 1137 e il 1166, che edificò la chiesa con le sembianze che conserva tuttora. Particolarità di tale ricostruzione fu il riuso di materiali superstiti del precedente insediamento romano, come il bassorilievo dell’ultima cena impiegato come paliotto dell’altare maggiore e i due altari laterali. L’apporto dell’abate Rainaldo è testimoniato dall’iscrizione sulla base della lunetta del portale, dove a caratteri onciali è riportata la dicitura “Abbas Rainaldo 1042 o 1049”.
La facciata a doppio spiovente della chiesa è lineare e semplice. Sulla destra c’è una torre campanaria merlata, di stampo gotico e con trifore sulle arcate, ultimata nel 1329 dall’abate Nicola. Il portale sorprende per la semplicità: ha soltanto una lunetta a rilevo in cui appaiono un agnello crocifero, un leone alato, tre figure umane e un animale non ben definito, forse un toro. Il simbolismo di queste rappresentazioni, secondo alcuni, potrebbe indicare l’opposizione del cristianesimo al paganesimo. Nei muri esterni dell'edificio e ai lati del portale si incontrano lapidi e iscrizioni, da quelle moderne alle più antiche, risalenti all’epoca romana o medievale.
L'interno è piuttosto austero ed è caratterizzato da una pianta a croce latina. Ai lati della navata principale ne troviamo altre due, più piccole, formate da quattro colonne che sorreggono tre archi a tutto sesto, e ogni navata culmina con un'abside semicircolare. Costeggiante la navata sinistra si può ammirare un bellissimo ambone - ovvero la tribuna rialzata da cui si elargivano letture e prediche - il cui arco reca incisa la data 1223 in caratteri carolingi. La parte alta è suddivisa in sette piccole edicole: le tre sulla destra ospitano sculture di monaci che simboleggiano il lavoro, la preghiera e la benedizione - i tre capisaldi della locuzione benedettina ora et labora - mentre le tre a sinistra raffigurano momenti di vita liturgica. Della figura all'interno dell'edicola centrale - probabilmente un'aquila sulle cui ali si poggiava il sovrastante leggìo - non restano che gli artigli.
A dimostrazione dell’antichità dell’insediamento, alle spalle del santuario si trova una villa rustica romana: la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Molise ne ha effettuato gli scavi. La villa era suddivisa in tre zone principali: la zona residenziale (pars urbana) che ospitava la dimora del proprietario, la zona agricola (pars rustica) destinata agli spazi per i pastori, gli schiavi e le stalle, e infine la pars fructuaria dedicata alla conservazione dei frutti delle coltivazioni. Tra la zona residenziale e quella agricola si trovava la cella dove sono stati rinvenuti i resti di grandi botti in terracotta. Il pavimento della zona residenziale, originariamente in cocciopesto, era decorato con mosaici policromi raffiguranti animali e piante. Intorno al III secolo d.C. in questa stessa area fu realizzato un impianto termale e la zona agricola fu riorganizzata.
Le attività agricole nella villa includevano la produzione di olio e vino sin dal I secolo d.C.,come testimoniato dalle botti e dal torchio rinvenuti. Oltre alle produzioni agricole, sono emersi anche una fornace per ceramica e un forno per il pane, difficilmente databili con precisione. La parte residenziale della villa venne distrutta da un incendio, segnando la fine della sua attività, mentre la parte agricola continuò a essere utilizzata e modificata. A partire dal III secolo, la villa iniziò un lento declino che portò infine al suo abbandono.
Trivento si erge a guardia della valle del Trigno in una posizione geografica privilegiata, su un promontorio collinare che domina l'ampia vallata del fiume. Questa felice collocazione, che ha favorito l'insediamento umano per millenni e consolidato il ruolo storico di centro di potere, è suggerita dal nome stesso di Trivento. Il toponimo Terventum deriverebbe infatti dall'incontro di tre venti – Tramontana, Maestrale e Grecale – o, secondo un'altra ipotesi, dal termine osco "triibum" che significa "casa".
Le origini di Trivento si perdono nella notte dei tempi, avvolte da una leggenda che ne anticiperebbe addirittura la fondazione rispetto a Roma: testimonianze di presenza umana risalgono al Paleolitico, con l'attraversamento e l'insediamento nella vallata dell'homo aeserniensis. In seguito la zona fu abitata dagli Osci - popolazione indoeuropea dedita alla pastorizia e alla transumanza - che chiamavano l'insediamento Tpebintm e lo rappresentavano con lo stemma di un toro alato.
I Sanniti Pentri, discendenti degli Osci, fecero di Trivento uno dei loro centri più importanti. La città sannita si trovò coinvolta nelle guerre contro i Romani, subendo ripetute distruzioni. Dopo la sottomissione dei Sanniti Trivento fu ripopolata da una colonia romana della tribù Voltinia, acquisendo così lo status di municipium e adottando le leggi romane. In questo periodo gli abitanti del borgo, conosciuto come Terventum, erano divisi in schiavi, in honestiores - ovvero cittadini ricchi - e in humiliores, i cittadini poveri.
Con la caduta dell'Impero romano Trivento entrò a far parte del ducato longobardo di Benevento e successivamente - con l'arrivo dei Normanni nel 1140 - passò ai conti del Molise. Nel corso del Medioevo divenne oggetto di contese e passò di mano tra vari feudatari: Carlo I d'Angiò la diede in feudo ad Ansaldo di Lavanderia nel 1268. Tra le famiglie che dominarono la città si ricordano i de Sus, i Villaclubay, i D’Evoli e i Caldora. La presenza di un castrum medievale suggerisce che all'epoca Trivento fosse anche un centro fortificato.
Nel contesto della conquista aragonese del Regno di Napoli Trivento, precedentemente legata agli Angioini, fu confiscata ai Caldora e assegnata a Galcerán de Requesens nel 1465. In seguito il feudo passò a Isabel de Requesens, poi ai d'Afflitto nel XVI secolo e infine ai Caracciolo per matrimonio nel XVIII secolo: l'ultimo feudatario fu Nicola Caracciolo.
Nel 1806 Trivento fu incluso nel distretto di Isernia e - successivamente - entrò a far parte della provincia di Campobasso nel 1970. Durante la Seconda Guerra Mondiale il paese si trovò sulla Linea Barbara, subendo danni e perdite umane a causa degli scontri tra Tedeschi e Alleati nel 1943.
Nel contesto della Seconda Guerra Mondiale a Trivento - tra il 1943 e il 1944 - emerse una significativa eccezione nel panorama della lotta partigiana molisana con la "Banda Porfirio". Questa formazione, guidata da Giovanni Porfirio e da sua moglie Mary Neiman, si distinse per essere l'unica banda partigiana del Molise riconosciuta ufficialmente nel dopoguerra.
Militante comunista già noto alle autorità fasciste, il 46enne Giovanni - insieme a sua moglie Mary di origine polacca ed ebrea - nel 1943 decise di dar vita ad un corpo di liberazione nazionale contro il nazifascismo. La banda si formò nel mese di settembre - poco dopo l'armistizio di Cassibile - e scelse come base la Morgia Pietrafenda, formazione rocciosa composta da tre imponenti massi calcarei a poca distanza dal borgo. Il gruppo, composto da circa cinquanta persone, operò fino a metà gennaio del 1944 e si impegnò attivamente in diversi conflitti a fuoco contro i tedeschi, contribuendo alla loro espulsione dal territorio molisano e nazionale nei pressi della Linea Gustav. La banda ricoprì inoltre un ruolo cruciale nell'agevolare la fuga dei prigionieri alleati evasi dai campi di concentramento - grazie alla conoscenza della lingua inglese da parte di Mary - e nelle attività di soccorso e protezione dei prigionieri fuggiti dal campo di internamento di Sulmona.
Le attività della Banda Porfirio non passarono inosservate: i nazisti - determinati a sopprimere la resistenza - comunicarono un ultimatum al comandante dei Carabinieri di Trivento, il maresciallo Giuliano Cattari. L'ordine era perentorio - catturare Giovanni Porfirio, il capo della banda partigiana - e la minaccia era terribile: in caso di fallimento i Tedeschi avrebbero giustiziato per rappresaglia un gruppo di giovani triventini. Di fronte a questa drammatica scelta il Maresciallo Cattari si recò da Mary Neiman, la moglie di Giovanni, per informarla della situazione. La risposta di Mary fu di grande coraggio e umanità: pur rifiutandosi di rivelare il nascondiglio del marito si offrì di consegnarsi al suo posto per salvare la vita degli ostaggi.
Il gesto eroico di Mary colpì profondamente il Maresciallo: invece di arrestare la donna, il carabiniere compì una scelta di coscienza e si unì alla Banda Porfirio, schierandosi apertamente contro l'oppressore nazista. La vicenda si risolse nel migliore dei modi grazie all'arrivo degli Alleati: la I Divisione Canadese - con il supporto della Banda Porfirio - liberò Trivento scongiurando la temuta rappresaglia e salvando la vita dei giovani progionieri.
Passeggiando per le vie del paese, il primo elemento architettonico di spicco è senza dubbio la monumentale scalinata ottocentesca dedicata a San Nicola: quest'opera architettonica - che è anche uno dei simboli della città - rappresenta un collegamento scenografico tra la parte moderna e il borgo medievale. La scalinata conta 365 gradini, uno per ogni giorno dell’anno.
La Cattedrale di Trivento, dedicata ai Santi Nazario, Celso e Vittore, è uno dei monumenti più notevoli del paese e dell'intera regione: le sue origini sono antiche, tanto che si suppone sia stata costruita su un'area sacra dove un tempo sorgeva un tempio dedicato a Diana. Questa sovrapposizione di culti è testimoniata anche da un'iscrizione romana rinvenuta nella cripta. La cattedrale ha subito diverse ricostruzioni nel corso dei secoli, in particolare in epoca barocca e nel Settecento, e presenta oggi una facciata neoclassica risalente al 1905. All'interno si possono ammirare un altare maggiore in stile barocco e un ambiente di particolare valore storico-architettonico: la cripta di San Casto, scoperta solo nel 1928. Questo luogo nascosto è infatti un vero e proprio gioiello che custodisce le memorie più antiche della città: si pensa infatti che queste stanze ospitassero il primo oratorio paleocristiano risalente al IV-V secolo, destinato a custodire le reliquie del santo vescovo Casto. La cripta è divisa in sette navatelle da colonne e pilastri - alcuni dei quali costruiti recuperando materiali di epoca romana - e presenta una volta a crociera. Tra i suoi tesori si annoverano sculture lignee del XIII-XIV secolo e un'epigrafe romana che ricorda il tempio dedicato a Diana.
Passeggiando per il centro storico si incontrano altre chiese che testimoniano la ricca storia religiosa di Trivento come la Chiesa di Santa Croce, la Chiesa del Purgatorio e il Santuario Santa Maria di Maiella, luogo di pellegrinaggio. Il Museo di Arte Sacra della Diocesi, inaugurato nel 2001 e situato nella Chiesa della Santissima Trinità, conserva opere d'arte sacra di grande valore tra cui una reliquia della Santa Spina.
Il Palazzo Comitale, noto anche come Palazzo Colaneri, è un altro edificio storico di rilievo: nato come castello nel XIII-XIV secolo fu trasformato in residenza nobiliare nel XV secolo dalla famiglia Caldora. Nel corso dei secoli, ha subito diverse modifiche e ha ospitato anche le carceri cittadine.
Un esempio notevole dove le tradizioni si intrecciano con la vita quotidiana è la sentita festa patronale dei Santi Nazario, Celso e Vittore che si celebra il giorno 28 luglio. Il cuore delle celebrazioni è un'antica e partecipata processione che si snoda per le vie del paese: durante questa marcia collettiva i preziosi busti argentei dei santi patroni vengono portati a spalla. Dal 1806 alla triade dei santi patronali si è aggiunta anche l'effigie di Sant'Emidio, vescovo e martire, protettore dai terremoti. La sua presenza è particolarmente significativa per i triventini, che lo venerano con grande devozione: secondo la credenza popolare la miracolosa intercessione del santo risparmiò Trivento dal devastante terremoto che colpì il Molise il 26 luglio 1805.
La cucina è un altro aspetto fondamentale di identità culturale e racconta di un passato in cui l'allevamento aveva un ruolo centrale nella vita della comunità. La zuppa di farro e le "sagne 'nche le currudure" - lasagne ritagliate con la rotella dentata - sono esempi di piatti che valorizzano i prodotti della terra. Le "pallotte cacio e uova" sono polpette di pane, uova e formaggio, un piatto tradizionale preparato in occasione di festività come il Carnevale. La tradizione dolciaria è particolarmente ricca e variegata, soprattutto in occasione delle festività: nel periodo natalizio si preparano dolci come le ostie ripiene, i calgiun' e la cicerchiata. A Pasqua, invece, si possono gustare la pigna dolce, la pigna di mandorle, i cavallucci e la papotta. Un prodotto tipico è il ceppellat, un biscotto di pasta frolla ripieno di marmellata di amarene: questo dolcetto è una vera eccellenza locale ed è reperibile in tutti i forni e i bar del paese.
Negli ultimi anni il paese è divenuto celebre - a livello internazionale - per la sua vivace tradizione dell'uncinetto, un'arte che qui si è trasformata in un fenomeno sociale e culturale di grande impatto. L'iniziativa che ha dato il via a questa trasformazione risale al 2018 quando Lucia Santorelli, un'esperta uncinettaia locale, lanciò una raccolta di beneficenza che consentisse - contestualmente - di riscoprire e valorizzare il territorio. L'idea era quella di realizzare il tappeto a uncinetto più lungo del mondo attraverso la raccolta di centinaia di piastrelle colorate - ciascuna di un metro quadrato - provenienti da ogni parte del mondo: ogni piastrella sarebbe stata poi venduta per raccogliere fondi a sostegno della ricerca medica.
L'evento ebbe un successo straordinario e raggiunse numeri notevoli per una piccola comunità: furono raccolte 637 piastrelle realizzate da 435 persone da tutto il mondo utilizzando 6390 gomitoli di lana e 11 diversi stili di lavorazione. Il tappeto, candidato al Guinness World Record, rimase a lungo esposto lungo la scalinata di San Nicola diventando una vera attrazione turistica e un simbolo della creatività e della partecipazione della comunità.
Da allora l'uncinetto è diventato un elemento distintivo di Trivento, con la realizzazione di installazioni artistiche che abbelliscono le vie del centro storico e attraggono visitatori da tutto il mondo: street artist internazionali partecipano oggi a eventi come lo Yarn Bombing Day, creando opere di crochet che si fondono con l'architettura e il paesaggio urbano. Ogni estate la scalinata di San Nicola si trasforma in una galleria d'arte a cielo aperto, con un lungo tappeto di fili di lana e opere di artisti internazionali che creano un'esplosione di colori e forme. Le donne di Trivento, riscoprendo e rinnovando l'antica pratica dell'uncinetto, l'hanno trasformata in un'esperienza d'arte comunitaria e in un'occasione di aggregazione sociale e di cura dello spazio pubblico: un esempio emblematico di questa rinascita è il gigantesco albero di Natale realizzato interamente all'uncinetto, alto 6 metri e composto da circa 1.600 quadrati di lana.
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